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Quando Mario Costa, al teatro Mercadante, rimproverò pubblicamente Pietro Mascagni perché l’orchestra eseguiva “Carulì” con ritmo troppo lento. La storia di “’A ritirata” e di “Luna nova”, ammirata anche da papa Leone XIII. Perché durò a lungo la collaborazione tra Mario Costa e Di Giacomo. Mario Costa protagonista della ”Belle ‘Epoque” a Napoli.

 

Il tarantino Mario Costa ( 1858-1933) studiò musica e canto nel Conservatorio di San Pietro a Maiella, di cui era direttore Saverio Mercadante, ed ebbe come Maestri Francesco Paolo Serrao, Costantino Palumbo e Giuseppe Martucci. Egli scrisse canzoni, romanze, operette, e si esibì, in giovane età, anche come interprete, con la sua bella voce di tenore, di musica sacra nelle chiese. Garantiva Vittorio Paliotti che gli arcipreti napoletani se lo contendevano .Raccontano gli storici che Costa scrisse testo e musica della canzone “ ‘A frangesa” – “ io so’ frangesa e vengo da Parigge”-, insomma la canzone della “mossa”, sul tavolo della birreria “Strasburgo”: la scrisse per la cantante Armand’ Ary, che la presentò nel luglio del 1894 al Café- chantant “Il Circo delle Varietà”, e fu un successo strepitoso. La canzone entrò nel repertorio di Anna Fougez, di Gino Ruggiero e di tutti i posteggiatori. Costa musicò anche “Scetate”, la poesia di Ferdinando Russo che, quando venne cantata dai posteggiatori in onore di Annie Vivanti, sotto i balconi dell’hotel Washington in via Medina,  scatenò la gelosia di Giosuè Carducci. Ma fu il sodalizio con Salvatore Di Giacomo a ispirare in modo meraviglioso la  musica di Costa, come dimostrano “Era de Maggio”, “Carulì’” “Oilì Oilà”, “Maria Rò’”, “Catarì’”, “Munasterio”, “’A ritirata”, “Luna nova”,“Lariulà”, dedicata a Evelina Gallone, moglie dell’ ultimo principe di Ottajano, Giuseppe V Medici. “Protagonista di “’A ritirata” (1887) è il soldato che saluta la sua amata, perché deve tornare in caserma per prepararsi alla imminente partenza. Era fatale che il pathos della musica e dei versi contribuisse a collegare la canzone alla drammatica “ritirata” dei soldati italiani superstiti – ottanta su seicento – che il 26 gennaio 1887 erano stati attaccati a Dogali, in Eritrea, da 10000 guerrieri guidati da Ras Alula. Scrive il Paliotti che la musica della canzone venne eseguita in Piazza Plebiscito dalla fanfara dei bersaglieri e che da quel momento i sodati italiani che partivano per l’Africa vennero accompagnati al porto dalle fanfare che suonavano quella musica. Un successo straordinario ottenne la canzone “Luna nova”: Wagner la giudicò un capolavoro, e, dicono le cronache, papa Leone XIII chiedeva senza sosta al cardinale Hohenlohe di suonarla. Mario Costa era raffinato anche nei modi della vita quotidiana: abiti di taglio inglese, una gardenia all’occhiello, carrozze e cavalli da dandy, e la conseguente fama di grande conquistatore di donne. Questa fama gli creò problemi quando si innamorò di Carolina Sommer, figlia di un importante antiquario e fotografo tedesco, trapiantato a Napoli , che cercò in ogni modo di impedire il matrimonio tra i due. Alla fine il matrimonio si celebrò, ma dopo cinque anni i due sposi si separarono, perché, dicono gli storici della canzone napoletana, Carolina non resistette alla pressione continua e asfissiante dei suoi genitori.  “Carulì”, scritta da Di Giacomo, musicata da Mario Costa e edita, nel 1885, da Santoianni, divenne la canzone delle due Caroline. Il poeta la dedicò a Carolina, “una bruna venditrice di bibite”, con banco in via Latilla, “con la quale Di Giacomo, consapevole della poca fortuna che aveva con le donne, soleva scambiare”, ogni giorno, “quattro timide chiacchiere”. Mario Costa la dedicò alla sua amata Carolina. A questa canzone è legato un episodio incredibile, raccontato da Vittorio Paliotti. Nel 1885, a Napoli, al Teatro Mercadante, Pietro Mascagni, dopo aver diretto l’opera lirica in programma, decise di accontentare il pubblico che gli chiedeva di eseguire “Carulì”, la canzone di Di Giacomo e Mario Costa. Dopo i primi passaggi musicali, un giovane saltò sul podio e gridò a Mascagni: “Così non va, Maestro. Più in fretta, per piacere”. E poiché il pubblico incominciò ad agitarsi, Mascagni lo calmò inchinandosi al giovane – aveva riconosciuto Mario Costa – e riprese la direzione dell’orchestra chiedendo agli orchestrali un ritmo più rapido.Costa seppe “leggere” in modo mirabile la “musica” dei versi di Di Giacomo, e ne colse il ritmo particolare, l’alternarsi di armonie che si svolgono lente e fascinose come l’onda del mare calmo, e di toni alti, preceduti da pause. “Era de maggio: // io no // nun me ne scordo,–na canzone cantavemo a doie voce;– cchiù tiempo passa // e cchiù me n’allicordo — fresca era l’aria / e la canzona /doce.