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La città di Marigliano ha un assoluto bisogno di spazi, o per meglio dire, di luoghi. Questo emerge dalle richieste degli organismi associativi presenti e attivi sul territorio, ma anche dai tavoli promossi dalla politica, dove è possibile confrontarsi sui temi dello sviluppo per una comunità.

Affrontare la criticità dell’assenza di spazi per la cultura è fondamentale e necessario, oggi come non mai. Marigliano si trova alle porte di una campagna elettorale che si prospetta incandescente, per questo motivo sarebbe auspicabile cercare di disinnescare le tensioni e alimentare proposte costruttive che tendano a unire invece di dividere. Per dare valore alla consapevolezza di sé e del proprio mondo, intrinsecamente connesso agli altri, forse un primo passo è non pensare più in termini di cultura, bensì di distretto culturale. La proposta, dunque, potrebbe essere quella di realizzare un distretto culturale per la Città Metropolitana di Napoli, di cui Marigliano fa parte. Protagonista del distretto culturale mariglianese dovrebbe essere necessariamente il centro storico, uno dei più suggestivi e peculiari dell’intera provincia. Di conseguenza la definizione di un distretto culturale ivi collocato passa obbligatoriamente attraverso la riqualificazione del complesso monastico carmelitano dei Santi Giuseppe e Teresa (di proprietà comunale) – poi “A.M. Verna” in virtù dell’istituto didattico ospitato per anni all’interno, da cui il non attendibile “Palazzo Verna” con cui ci si riferisce oggi all’edificio in via quasi confidenziale – e di Palazzo Nicotera, bene ecclesiastico di proprietà della Chiesa: due stabili che occupano oltre un’insula dell’antico castrum romano, compresa tra via Collegiata, via Giannone, via Garibaldi, via Giordano Bruno e via Porta S. Pietro. Le due antiche costruzioni, ormai quasi interamente inagibili e prigioniere di un degrado che dura da quarant’anni esatti (dal devastante terremoto dell’Irpinia del 1980) presentano un numero considerevole di spazi, tra vani interni ed esterni, che potrebbero diventare luoghi per la socialità, per la cultura e per gli eventi in città. Ulteriore slancio a un’idea di distretto culturale nel centro storico potrebbe darlo anche la riqualificazione del Palazzo D’Alessandro, un immobile privato che sorge a poche decine di metri dai due succitati, in via Garibaldi. Questo edificio, magniloquente e abbandonato da anni – tra l’altro in vendita – attende di essere individuato come risorsa possibile per una nuova pianificazione urbanistica, potendo contare anche su un grande giardino che termina proprio al limitare del centro storico.

Come illustra bene lo studio del prof. Pietro Valentino, docente di Economia Urbana presso l’Università La Sapienza di Roma, il distretto culturale è un sistema di relazioni, geograficamente delimitato, che integra il processo di valorizzazione delle dotazioni culturali, sia materiali che immateriali, con le infrastrutture e con gli altri settori produttivi che a quel processo sono connesse e indica un territorio che si contraddistingue sotto due aspetti:

– da un lato, per una significativa presenza di un’industria che procede sia a valorizzare le risorse culturali che a “raffinare” i prodotti risultanti dal processo di valorizzazione. Un’industria che non deve essere per forza “dominante”, ma deve svolgere un ruolo significante nella definizione delle caratteristiche del modello di sviluppo economico e sociale di un’area urbana o territoriale;

– dall’altro, per il fatto che il carattere del processo di valorizzazione delle risorse “marchia” anche la qualità delle infrastrutture e delle offerte esterne a questo processo ma ad esso congiunte. L’imprinting che queste ricevono dal partecipare più o meno direttamente al processo di valorizzazione dei beni culturali investe la loro tipicità e le loro proprietà per cui partecipano a pieno titolo alla definizione della “marca” distintiva di quel territorio.

A Marigliano, nelle sale e dunque negli spazi di Palazzo Nicotera e del complesso Verna si potrebbero realizzare i luoghi che identificano culturalmente la comunità, dalla musica all’agroalimentare, passando per il teatro, l’arte e tanto altro ancora. Alla fine anche un progetto interessante come “Marigliano – Terre di Eccellenza”, presentato e sviluppato solo nelle ultime settimane dall’amministrazione, risulta poco incisivo se non è inserito all’interno di un ragionamento sistemico che deve riguardare proprio la cultura, perché la cultura non significa solo eventi e su questo bisognerebbe davvero allargare gli orizzonti e guardare con interesse alle varie progettualità messe in campo all’estero nel settore. Cultura, in particolare nel sud di un Paese come l’Italia, è anche e soprattutto enogastronomia, agricoltura, storia, arte, architettura, accoglienza, vivibilità, e si nutre della relazione tra queste dimensioni del territorio. Per questo motivo un distretto culturale potrebbe sistematizzare le evidenze che rendono unica la città di Marigliano, ottimizzando le risorse, anche quelle umane, e ricamando un tessuto di relazioni sociali che sappia stimolare e mettere in risalto le competenze dei cittadini che vivono la comunità.

Bisognerebbe provare a considerare il centro storico della città come un piccolo borgo alle prese con il problema della spopolamento e poi fare come a Nughedu, questo minuscolo paesino della Sardegna che ha deciso di realizzare “Eja”, il primo corto interamente realizzato dai residenti, diventati per l’occasione attori, tecnici e costumisti al fine di mettere in scena il loro nemico più grande: la desertificazione urbana. Un’iniziativa che si è concretizzata grazie al progetto Spop Lab, promosso da Sardarch, spin-off dell’Università di Cagliari. Sardarch è un gruppo interdisciplinare di progettazione e ricerca che studia fenomeni di trasformazione urbana e territoriale, e propone strategie per l’ambiente urbano con la partecipazione attiva dei cittadini. Lavorando a stretto contatto con privati e amministrazioni, sia in rete che con incontri sul territorio,  la società di ricerca promuove il diritto alla città e una dimensione etica del progetto compartecipato, puntando a un impegno civile e ad un’urbanistica collaborativa.

Qualcosa di molto simile, magari coinvolgendo le università della Regione Campania, potrebbe essere fatto anche a Marigliano, dove è auspicabile una visione del territorio comunale condivisa da tutte le forze politiche, unite nell’impegno di intercettare i fondi e coinvolgere nel progetto tutte le realtà potenzialmente interessate, i cosiddetti stakeholders. Questo perché l’urbanistica partecipata implica che le istituzioni locali si orientino verso un nuovo concetto di governo del territorio che tenda a coinvolgerne tutti gli attori seguendo un modello di sistema aperto, adattivo e reversibile. Alle sedi tradizionali degli eletti si possono affiancare sedi formali e informali di confronto e orientamento come tavoli sociali, laboratori di quartiere, cabine di regia e piani strategici, che hanno lo scopo di mettere a confronto in forma diretta gli interessi territoriali in gioco. Attraverso la partecipazione, l’amministrazione pubblica può condividere le scelte urbanistiche con una comunità allargata fin dal processo di formazione degli atti di pianificazione: un coinvolgimento finalmente attivo dei cittadini, investiti di un ruolo di rilievo in quanto abitanti, perché il processo dell’urbanistica partecipata responsabilizza i membri di una comunità.
Lucia Lancerin, architetto che da anni si occupa di queste tematiche, sostiene che “ora abbiamo città senza cittadini, ambiente senza abitanti. Le persone sono scollegate dal luogo in cui vivono. La partecipazione è, al contrario, un processo per arrivare a risentirsi parte di una comunità, di una città e di una società di individui”.

In conclusione, ciò che si auspica è una sorta di patto tra le espressioni politiche della città: concordare e condividere una progettualità che possa svilupparsi a prescindere dal risultato delle imminenti elezioni comunali, per trasformare il territorio insieme, adottando una pianificazione che per una volta sappia guardare davvero al futuro ma senza dimenticare le esigenze che si palesano già nel presente. Sacrificare qualcosa per convogliare tutti i fondi necessari a realizzarne concretamente un’altra sarebbe già la dimostrazione che le forze politiche non si lasciano guidare più da una smodata rincorsa al consenso, chimera autodistruttiva della nostra bellissima terra.