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Mancato rientro dei licenziati: sciopero alla Dema di Somma. E’ la nuova polveriera della crisi

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750 addetti per tre fabbriche in bilico: Somma Vesuviana, Paolisi, Brindisi. Una polveriera che potrebbe esplodere a momenti, dopo il botto già fatto dalla vicina Whirlpool. Dunque, la sensazione tangibile è che costituisca una sorta di cartina di tornasole delle reali condizioni della Dema aeronatuca il mancato rientro in fabbrica dei nove lavoratori licenziati due anni fa perché non c’erano più ammortizzatori sociali a disposizione. Lavoratori ai quali era stata garantita con tanto di accordo sindacale la riassunzione entro un biennio. E così si è trasformata rapidamente nello sciopero di tutti i dipendenti ancora in attività la protesta fatta scattare ieri mattina davanti all’ingresso dello stabilimento dalle tute blu rimaste senza posto di lavoro nel 2017, con appena 460 euro al mese di Naspi, un sussidio di disoccupazione peraltro giunto al capolino. Nello spazio di qualche minuto i nove sfortunati, sacrificati quasi 24 mesi fa sull’altare del mancato rilancio aziendale, si sono ritrovati la solidarietà di centinaia di colleghi che sono usciti dall’impianto subito, non appena li hanno scorti sul varco d’accesso dell’impianto di Somma Vesuviana, il più grande dei tre dell’azienda di componenti aeronautici. Alle sette del mattino ne è nato un sostanziale blocco delle produzioni a causa dello sciopero proclamato dai sindacati. La strada antistante la fabbrica, via San Sossio, è stata chiusa dalle autorità locali per motivi di sicurezza. Sul posto polizia municipale, carabinieri e polizia di Stato.  Da quasi tre anni le maestranze di questo stabilimento non scendevano in piazza, sul piede di guerra. L’arrivo del fondo inglese Bybrook sembrava aver risolto tutti i problemi. Neanche per idea. Situazione da punto e a capo. Tutto da rifare. Nel frattempo si attende l’annuncio dell’ormai temuto piano industriale, che si prevede lacrime e sangue. Il principale committente della Dema è la Leonardo ex Alenia. Ma le commesse si sono drasticamente ridotte nel tempo. C’è anche Bombardier tra i committenti. Però la stessa casa madre canadese annaspa in cattive acque. E il fatturato della Dema è troppo piccolo per poter fronteggiare una situazione che appare in caduta libera. A spiegare tutto quello che sta succedendo è un delegato della rsu, intervistato durante lo sciopero.  “Agli annunci non sono seguiti i fatti – spiega –  la fabbrica versa ancora nelle condizioni in cui si trovava due anni fa. Abbiamo attivato un tavolo sindacale nazionale sulla vicenda e tramite le segreterie nazionali di categoria è stata chiesta la convocazione di un confronto per Dema al MISE, il Ministero dello Sviluppo Economico. Venerdi ci sarà un coordinamento nazionale di Fim, Fiom e Uilm per fare il punto della situazione. Ma le preoccupazioni cominciano a moltiplicarsi. Credevamo che l’accordo di due anni fa potesse avere un esito migliore di quello a cui stiamo assistendo”.  Con l’arrivo di Bybrook sembrava fosse fatta. “Si, sembrava che questa vicenda che si trascina dal 2015 fosse giunta a un punto di svolta positiva con l’accordo. E invece siamo ancora in un limbo.  Il fondo inglese Bybrook Capital è entrato nel gennaio di due anni fa. L’inizio è stato interessante, c’è stata un’acquisizione, annunci di piani di rilancio, una scommessa a cui aderire. Questo era il clima. Poi col passare dei mesi a quell’ acquisizione non ne sono seguite altre, ci è stato presentato un piano industriale espansivo, l’estate scorsa, ma non ne è stato dato seguito, poi a giugno è stato sostituito l’amministratore delegato e quello nuovo ha spiegato che avrebbe redatto il nuovo piano industriale, usando inizialmente tono non pessimisti. Ma col tempo le informazioni si sono fatte sempre più rare per cui abbiamo iniziato a preoccuparci allertando le strutture”. Ma di chi è la colpa ? “La colpa di questa situazione va redistribuita. Sicuramente le istituzioni non hanno vigilato abbastanza. C’è un punto interrogativo grande quanto una casa: se per un anno e mezzo da un quasi fallimento si mantiene lo stesso gruppo dirigente che poi viene rimosso a giugno di quest’anno non capiamo quali possano essere le conseguenze. Noi temiamo che le conseguenze possano essere scaricate sui dipendenti e ciò non sarebbe giusto. Queste sono tutte eccezioni che abbiamo posto alla società. Non stiamo dicendo nulla di nuovo. I dipendenti sono tutti preoccupati perché vedono che si ritrovano ancora nell’incertezza. Temiamo che possano venir fuori ragionamenti “ragionieristici” “. Il timore è che i consulenti del fondo inglese stiano imponendo a Dema di tagliare i posti di lavoro…”E’ il timore che abbiamo anche noi ma non avrebbe senso. L’operazione che ha portato all’ingresso del fondo inglese aveva il solo scopo di mantenere i posti di lavoro. L’azienda ha ottenuto sconti sui debiti contratti con lo Stato. Se oggi il fondo è qui è perché c’erano dei dipendenti in quest’azienda”. Intanto i carabinieri stanno procedendo all’identificazione degli autori del blocco di stamane…”Non c’è stato nessun blocco da parte dei dipendenti. I dipendenti si sono trovati qui e i lavoratori all’interno hanno subito solidarizzato con loro e quindi abbiamo annunciato lo sciopero. Non è mai avvenuto alcun blocco da parte dei dipendenti. Sono i lavoratori della Dema che solidarizzano con i loro colleghi e si sono fermati in sciopero”. Resta la disperazione dei nove che sono rimasti senza soldi e senza posto. Biagio Leone, 57 anni, moglie e figli, uno di loro: “siamo vicini a tutti, vicini ai sindacati, ai colleghi. Ma noi non c’entriamo niente. Al termine dell’accordo, il 14 novembre, l’azienda ha l’obbligo di riassumerci. Noi potremmo impugnare quell’accordo…”.