Churchill disse, forse, che gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre, e perdono le guerre come se fossero partite di calcio. A un giornalista che gli domandava chi avrebbe vinto la II guerra mondiale rispose:” Non lo so. So solo che la perderà chi è alleato dell’Italia”. Le certezze degli inglesi demolite dalla partita di Wembley. Ma anche noi Italiani dobbiamo guardarci dai “politici” e dai loro seguaci che solo domenica sera, dopo la partita, hanno scoperto che esiste il tricolore. La tragica sera allo stadio Heysel di Bruxelles, 29 maggio 1985…
Non voglio giustificare gli inglesi. Li porto sui cabasisi da quando un professore, al Liceo, ci spiegò che il 4 agosto 1943 i loro aviatori bombardarono, consapevolmente, la chiesa di Santa Chiara. Ma li capisco: hanno visto i cardini della loro storia smontati da una partita di calcio. Gli inglesi si ritengono il popolo che non sbaglia mai: e invece i rigori decisivi li hanno sbagliati proprio i due giocatori che l’allenatore aveva fatto entrare per tirare i rigori. Gli inglesi si considerano il “sale della terra”: non c’è stagione bella della storia che essi non facciano nascere in Inghilterra, e ora vogliono dimostrare che essi possono fare a meno dell’Europa, ma l’Europa non può fare a meno degli inglesi. Gli inglesi ancora oggi non riescono a capire perché i popoli che hanno fatto parte del loro impero coloniale parlino di loro non come di generosi civilizzatori, ma come di schiavisti e di sfruttatori: e vedono nell’eterna invidia degli Europei del continente la radice del manifesto consenso con cui gli storici raccontano, condividendole, le proteste durissime dei popoli sfruttati. Ma gli inglesi sanno essere prudenti, quando è necessario: ancora nel 2012 non avevano messo a disposizione degli studiosi e dei lettori tutti i documenti relativi al governo di 37 colonie dell’Impero Britannico, e dei crimini di cui i “generosi civilizzatori” si erano resi colpevoli (Il Post, 19 aprile 2012). Dunque, domenica sera, la squadra di calcio del “sale della terra”, la squadra di quell’Inghilterra in cui il calcio è stato inventato, pur segnando dopo un minuto, non riesce a chiudere la partita e viene messa sotto, da chi?: dagli Italiani che hanno dato lezione di resistenza fisica e psicologica, di tenacia, di quell’organizzazione che viene non solo dalla sapienza tattica, ma da autentico spirito di gruppo. E qui gli inglesi non ci hanno capito più niente: perché la lezione sui modi e sui tempi di organizzarsi, di chiudere gli spazi, di bloccare le linee di passaggio del pallone essi, i padroni di casa, la ricevevano, nel sacro tempio di Wembley, dalla squadra di un popolo che da secoli gli inglesi considerano il campione della disorganizzazione. E tra l’altro in questa squadra italiana giocavano tre “napoletani”, e, in aggiunta, un calciatore che gioca nel Napoli – i suoi genitori sono di Benevento -, e uno che nel Napoli ha giocato, e dice di sentirsi ancora “napoletano”. Eppure Andrew Borde scrisse di non aver conosciuto a Napoli “persone che si dessero un gran da fare”, e James Boswell affermò – e ancora non era stato vinto dal piacere dei liquori – che i “ Napoletani sono la razza più sconcertante che possa esistere: divoratori di aglio e razziatori di insetti, attività che svolgono anche pubblicamente.”. E gli inglesi ora sospettano che anche sir William Hamilton abbia raccontato sciocchezze descrivendo i Napoletani come un popolo dominato dall’accidia e facile a corrompersi: forse perché gli avevano consentito, nel 1783, di inviare clandestinamente in Inghilterra 8 casse piene di preziosi reperti archeologici, arraffati tra i Campi Flegrei, Ercolano e Pompei. Gli inglesi incominciarono a mettere in discussione le loro idee sugli Italiani la sera del 29 maggio del 1985, nello stadio Heysel di Bruxelles, quando gli “spiantati” tifosi del Liverpool videro che i borghesi italiani avevano comprato, forse “a borsa nera”, metà dei posti nella curva destinata agli inglesi: “ alla tradizionale spocchia degli inglesi – scrisse Gianni Brera – il visibile benessere degli italiani doveva suonare come un’offesa patente, uno sberleffo tragico della sorte” (la Repubblica, 31 maggio 1985): e, così, in preda alla delusione e all’alcool, i tifosi del Liverpool si avventarono sugli italiani e ne uccisero 32. L’altra sera, a Wembley, gli inglesi si sono limitati a gettar via le medaglie, a fischiare l’inno, a stracciare la bandiera: i fumi della boria li avevano spinti, prima della partita, a offendere il galateo e a mancar di riguardo al Presidente Mattarella, e a fingere di non notare la raffinata lezione di sportività che un altro italiano, Matteo Berrettini, aveva impartito in un altro “tempio” inglese, Wimbledon. Insomma, gli inglesi ci dovrebbero essere grati, perché un tennista italiano e la squadra di calcio dell’ Italia li costringono, ora, a guardarsi allo specchio e a rendersi conto di che cosa sono diventati. Ma anche noi italiani dobbiamo riflettere su ciò che è avvenuto. Dopo aver fatto svaporare la boria inglese, non faremmo una bella figura se ci lasciassimo ingannare da qualche aspirante “ammuinapopolo” nostrano che oggi, seguendo la direzione del vento, si inchina a quella bandiera italiana di cui diceva, dieci anni fa, tra gli applausi dei suoi, “Il tricolore non mi rappresenta” (“ la Repubblica, 23 ottobre 2011): forse diceva anche di peggio, ma non è notizia certa, e dunque non ne parliamo. Gli aspiranti “ammuinapopolo” nostrani dovrebbero capire che, mentre gli inglesi non ricordano, gli Italiani non dimenticano……

