L’odissea di Rachele: ricoverata per occlusione e dimessa senza trattamento

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Somma Vesuviana – E’ un’odissea come tante nella nostra martoriata sanità quella capitata ad una giovane di Somma Vesuviana.
Sono i primi di settembre e una ragazza, Rachele, si reca alla clinica dell’area Nord per un’occlusione intestinale accompagnata dalla mamma. Dopo ore di attesa finalmente lasciano entrare la ragazza, già molto debole a causa del forte dolore allo stomaco, la quale viene sottoposta ad un primo lavaggio per provare a sbloccare l’intestino.
I medici informano poi la mamma della giovane che è necessario ricoverarla ed eventualmente procedere con un’operazione chirurgica vista la brutta occlusione presentata dalla giovane.
Ed è proprio la madre a ricostruire l’ingarbugliata vicenda. La ragazza, invalida al 100% a causa di una malattia rara, diabetica e con una grave forma obesità, dopo aver trascorso ore a piangere perché negatale la presenza della madre nella stanza, riesce a tranquillizzarsi solo dopo aver visto la madre per alcuni minuti.
Dopo questa breve visita, per alcuni giorni gli operatori della clinica non permettono alla madre di vedere la ragazza causa regolamento anti-covid, la quale richiede assistenza fissa per la figlia vista l’invalidità. Un’assistenza che dovrebbe essere dovuta e che dovrebbe essere compresa in primis dal personale ospedaliero ma nella maggior parte dei casi, purtroppo, non è così.
Intanto la donna firma il consenso per l’operazione per l’inizio della settimana successiva e richiede un colloquio privato con il Primario, che le spiega la modalità del regolamento di entrata nei reparti ospedalieri causa coronavirus. La donna allora si sottopone a due tamponi, di cui uno molecolare, per poter restare accanto alla figlia che intanto per giorni è stata lasciata nella sua stanza in condizioni assolutamente precarie: nessun assistente o infermiere si è mai interessato all’igiene personale della ragazza, che ricordiamo deve essere aiutata in determinate pratiche a causa dell’invalidità, per non parlare dei lividi comparsi sulle braccia della ragazza dopo che qualche professionista del campo ha “provato” a cercare la vena per il prelievo di sangue. In più, si è proceduto con la misurazione della glicemia durante i pasti e in orari completamente sballati, dunque in modo errato: tutto ciò è avvenuto in una Clinica, dunque un presidio ospedaliero, per cui è scontato che si conosca la maniera in cui bisogna trattare un diabete. A quanto pare, però, anche in questo caso pare non sia così.
Svolgendo tutte le analisi di rito, dopo cinque lunghi giorni di ricovero, i medici si rendono conto che a causa proprio della grave forma di diabete è impossibile operare la ragazza in quanto risulterebbe troppo rischioso. La ragazza viene pertanto dimessa con il “consiglio” medico di consultare un medico di fiducia.
Si arriva così al Policlinico di Napoli, il 25 ottobre la ragazza viene ricoverata e si procede con il primo step, ovvero curare il diabete per poi procedere con l’intervento programmato per il 4 novembre. Tutto è andato secondo i piani: Rachele è stata operata, assistita e trattata secondo quelle regole che tutti conosciamo con la dicitura di “Diritti Umani” che però purtroppo spesso vengono completamente ignorati da coloro che dovrebbero essere considerati, prima che professionisti, esseri umani. In più molte volte mancano le competenze tecniche per poter svolgere una mansione e quando ciò avviene in un ospedale non si può non considerare la gravissima entità della situazione.
Un ringraziamento speciale alla dottoressa Pugliese e al dottor Serpico che sono stati degli angeli sia a livello umano che professionistico” afferma la mamma di Rachele – a tutto il reparto di endocrinologia e chirurgia, soprattutto all’anestesista e al dottor Vitiello, che hanno capito le modalità di trattamento e hanno permesso a mia figlia di essere curata con serenità.
Quella di Rachele è la storia di tantissime altre persone che chiedono solo di essere curate ed assistite in un sistema sanitario purtroppo spesso in difficoltà.