Lo stato dell’istruzione scolastica primaria a Ottajano, nel 1861.

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C’è chi sentenzia che tra i molti meriti dei Borbone c’è anche la cura riservata alla Scuola. In realtà l’ istruzione scolastica primaria, quella che ai ragazzi dei ceti poveri si proponeva di insegnare almeno a leggere e a scrivere, risultava nel 1861 “uno spazio devastato” dall’incuria dei rappresentanti del clero che avevano gestito le scuole primarie borboniche. I dati trasmessi dagli atti delle Amministrazioni di Ottajano sono chiari e precisi. E giova ricordare che Ottajano era tra i Comuni più importanti della Provincia di Napoli. Correda l’articolo l’immagine dello “Scugnizzo che legge” di Antonio Mancini.

 

Il settore in cui l’ordine liberale, dopo il 1861, promosse innovazioni radicali fu quello scolastico. Vonwiller sostenne a più riprese che  l’economia del Sud sarebbe diventata moderna e competitiva solo se fosse stata promossa “l’istruzione della massa del popolo” ,anche attraverso “una scuola di arti e mestieri e una politecnica”. Nella gestione delle scuole primarie borboniche il clero era stato sempre guidato dal principio che bastava ai ragazzi del ceto “umile” saper leggere e scrivere”.  Dopo il ’40, tuttavia, in alcuni Comuni si fece più forte la richiesta di scuole meglio organizzate e aperte a strati più larghi della popolazione.  Nel ’59, in un “quartiere ” di Ottajano che contava 5000 abitanti, l’esame conclusivo del corso primario gratuito fu sostenuto da 42 alunni, divisi in due classi. La prima classe era di 24 alunni, interrogati – scrive il poco colto sacerdote che funge da ispettore – “su leggere, scrivere secondo il metodo normale simultaneamente, in aritmetica pratica, in catechismo di religione, in galateo’.  Si distinsero solo 4 ragazzi; “gli altri 20 non possono dirsi affatto ignoranti, ma hanno corrisposto a seconda le rispettive intelligenze. Di altre materie non se ne da (sic) lezione poiché l’età degli individui non lo permette”.  Nelle stesse condizioni era anche l’altra classe, che comprendeva alunni da 12 a 16 anni.  L’ispettore lodò il suo collega Raffaele Giordano, che insegnava in entrambi le classi, “per l’assiduità, impegno ed esattezza con cui  ha cercato di disimpegnare il suo dovere”, e notò che mancavano “le scanne per sedere” e i libri “normali a norma dell’art. 32 del sovrano regolamento del 1819”.  Nello stesso quartiere c’era anche una scuola primaria “feminea”, affidata a una maestra, di cui l’ispettore scrisse al Sottointendente, e questi lesse senza batter ciglio, che era “molto versata nelle arti donnesche, quantunque nel subìto esperimento non si fosse trovata perfettamente istruita nel leggere e scrivere.”

Nel settembre del’61, apprestandosi a progettare un nuovo sistema scolastico, il Consiglio Comunale di Ottajano fu impietoso nel descrivere l’eredità lasciata dai Borbone: La legge del 7 gennaio 1861 e il Regolamento annesso suppongono giustamente che in un Comune di 20000 abitanti e godente di una rendita di pressoché 12000 ducati, la istruzione pubblica anche nello stato di torpore in cui era tenuta dalla passata signoria, che basava su la ignoranza dei popoli, avrebbe almeno raggiunto le cognizioni dei primissimi elementi del leggere e dello scrivere. Ma sia per l’incuria dei precettori attenti soltanto all’insegnamento meccanico delle orazioni religiose, sia per l’apatia della famiglia in far pesare sui loro nati fin dalla età più tenera piuttosto le cure dei campi ed il lavoro materiale proporzionato alle loro forze che la coltivazione dello spirito e della mente, si dà il caso di ritenere sventuratamente, come assioma, esser mancato nel Comune ogni qualsiasi insegnamento, anche dei principalissimi elementi del leggere e dello scrivere, che in altri siti sanno i pargoli che sono usciti appena dalle cure dell’infanzia. Achille Procida, notaio e consigliere comunale di Ottajano, osservò poi che l’anno precedente, nella compilazione delle liste elettorali, consentendo la legge in via eccezionale “di ascrivere in quella prima volta anche gli analfabeti purché raccogliessero le altre condizioni dell’elettorato”, cioè proprietà e patrimonio, ” il numero degli elettori iscritti ascendeva a un migliaio circa;  vuol dire – dichiara il notaio liberale-  che i proprietari, i maestri d’arte,  gli industriosi ed altri cittadini che formano il nucleo del popolo e la più buona parte di esso raggiungono presso di noi un numero significante.” Ma se fossero stati esclusi dalla lista i proprietari analfabeti, il numero degli elettori si sarebbe ridotto pressoché alla metà. Pertanto, Procida propose, e tutti condivisero la proposta, che la Giunta, ” messo da parte ogni pensiero dell’insegnamento secondario, rivolgesse ogni cura ad avvezzare il popolo a istruirsi elementarmente e ad obbligarlo anche con pene proporzionate a far istruire i propri figli, essendo dura necessità in molte occasioni procurare il bene con la violenza e con il castigo”.  Per il biennio successivo si organizzarono, dunque, due corsi elementari; le materie erano i primi  rudimenti del leggere e dello scrivere secondo i metodi “più accreditati”, e, quindi, sillabazione graduata, “corrente e con buona pronuncia e a senso, nomenclatura degli oggetti più familiari, traducendo in italiano i vocaboli del dialetto, formazione di lettere, di sillabe e di parole, scrittura sotto dettatura e regole pratiche di ortografia, numerazione, parlata e scritta fino a cento, e addizione e sottrazione…”. Si stabilì, infine, di istituire scuole “serotine” per gli adulti lavoratori.  Sanzioni durissime furono previste contro chi trasgrediva l’obbligo dell’istruzione primaria.: per esempio, sarebbero stati pubblicati “per generale riprovazione” i nomi dei proprietari che  avessero perso il “diritto più eminente del cittadino, quello del voto, per non aver frequentato le scuole serotine”.  Anche la frequenza delle scuole primarie “feminee” era obbligatoria; le materie erano le stesse delle scuole maschili, con l’aggiunta dei lavori di maglia e cucito. I maestri delle scuole primarie ordinarie furono ancora tutti sacerdoti, mentre quelli delle scuole serali furono laici che prestavano gratuitamente la loro opera.  Anche le scuole femminili furono affidate a istitutrici laiche, “sotto il controllo di un eletto comitato di nobildonne”. Torneremo sull’argomento.