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L’invisibilità degli interrogativi

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Cosa si sa della scuola veramente? Cosa emerge della scuola in questi tempi di pandemia? Le città nelle quali viviamo cosa esprimono della scuola?

Le domande poste sono valide in qualsiasi momento storico e non dipendono dalle risposte che diamo ai problemi singoli. Mi sembra che invece stia succedendo proprio questo, si sa della scuola quel poco che riusciamo a ricavare dalle risposte politiche, sanitarie che si danno a questioni particolari.

Per esempio, se il problema è consegnare in tempo per l’avvio dell’anno scolastico i banchi monoposto, maturiamo l’idea che la scuola è un’istituzione nella quale i discenti devono sedersi dietro banchi, che permetteranno loro di studiare. Un altro esempio, meno legato al contesto covid: se il problema è la scarsa presenza di insegnanti di sostegno, ci facciamo l’idea che la scuola è una comunità nella quale una parte dei docenti dedica il proprio lavoro alle classi con alunni disabili. Entrambi questi aspetti rappresentano tracce che ci conducono a capire la scuola e a farcene un’idea, ma non sono ancora la scuola.

I mezzi di comunicazione, sotto la spinta a fornire notizie da consumare nel più breve tempo possibile, non riescono a sviluppare risposte legate al tema generale, da cui solo conseguono le risposte legate ai temi particolari; non fanno nulla per interpretare i segni di un rinnovato bisogno di ripensare la scuola.

Si dice che non si può fare diversamente e probabilmente è così, ma io credo che sia così solo se ci poniamo in un’ottica di superficiale mercato delle notizie.

Se invece cambiamo prospettiva, proiettando il discorso in un’ottica educativa, scopriamo subito che le cose non stanno così, con buona pace dei telegiornali e dei social.

Il Covid ha velocizzato provvidenzialmente la soluzione dei problemi degli spazi e del numero degli alunni, che conoscevamo invero da decenni, ma non ha lasciato emergere soluzioni di politica scolastica, che ancora tardano.

Tale situazione è spiegabile facilmente: non si può affrontare un tema di cura educativa sostituendolo con una questione di natura sanitaria. Il momento “storico”, di cui la retorica politica si nutre da mesi, sarebbe esilarante se fosse legato all’emergenza sanitaria, che di storico e cioè di cambiamento profondo del pensiero, non ha proprio niente. Eppure ci commuoviamo a vedere un girotondo intorno al Presidente della Repubblica, segno di tempi irreggimentati dalla retorica pubblica, oppure siamo disposti ad assolvere la completa mancanza progettuale, in cambio di un rassicurante discorsino del ministro di turno, magari condito con un po’ di enfasi e da qualche slogan ben assestato al genitore impaurito.

Dimentichiamo la necessità di un’impostazione che cominci a cambiare il sapere intorno a ciò che è scuola, da cui consegua un pensiero di sistema che a tutt’oggi manca drammaticamente. Ciò che sta accadendo e che rende visibile il divario negativo con altre realtà europee, dipende dalla cattiva volontà di rivolgere alla scuola uno sguardo di cura, centrato sull’apprendimento come umanizzazione della persona e non focalizzato sulla pandemia Covid.

Per non rischiare di diventare fumosi diciamo che umanizzare l’apprendimento vuol dire creare le condizioni perché esso sia realizzato a servizio della persona, per esempio con aule di luce e non con anguste stanzette, con un numero di alunni per classe gestibile, in maniera da potenziare al massimo la relazione di vicinanza, e non con una massa indistinta di alunni, ciascuno dei quali chiede per sé la massima attenzione, con lo sforzo di sviluppare un pensiero critico e non di passivizzare la mente con le favolette del covid brutto e cattivo. Vuol dire provvedere ad una formazione seria e meritocratica dei saperi didattici e delle competenze relazionali e non solo all’addestramento circa il funzionamento delle nuove tecnologie o non solo all’istruzione sui meccanismi per organizzare la lezione a distanza. La città invisibile conosceva da almeno un secolo queste banalissime idee, ma nessuno se n’è accorto. Mi direte che è ovvio non accorgersene, considerato che è una città invisibile.

Io rispondo che forse è così, ma mi rimane il dubbio che le città in cui viviamo, rendono visibile i danni non gli interrogativi. A quest’ultimi si addice l’invisibilità.

Michele Montella