Licenziati Fiat, il tribunale: “L’azienda viola la libertà di opinione: devono tornare in fabbrica”

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Ecco le motivazioni della sentenza.

 

Erano stati licenziati dalla Fiat nel giugno del 2014 per aver manifestato davanti al reparto logistico di Nola inscenando il suicidio di Sergio Marchionne, con tanto di patibolo, cappio e fantoccio recante la riproduzione del viso dell’amministratore delegato. Una protesta scaturita dal suicidio di due operai del reparto, Pino De Crescenzo e Maria Baratto, in cassa integrazione da molto tempo. Ieri però la seconda sezione lavoro della corte d’Appello di Napoli (presidente Giovanna Guarino) ha annullato il provvedimento dell’azienda automobilistica ordinando, sulla base dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori,  il rientro al lavoro degli operai Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Roberto Fabbricatore e Massimo Napolitano, e il contestuale risarcimento delle spese legali e dei salari persi dai cinque metalmeccanici a partire dalla data della loro estromissione forzata. Si tratta di una sentenza destinata a fare rumore. Sulla vicenda si era già espresso l’anno scorso, il tribunale di Nola, che per due volte aveva dato ragione all’azienda spiegando che i manifestanti avevano travalicato il diritto di critica costituzionalmente sancito attraverso rappresentazioni violente e lesive dell’onorabilità del datore di lavoro. Di tutt’altro avviso è stato invece il collegio dell’Appello partenopeo. “La manifestazione degli operai – scrivono sostanzialmente i magistrati del lavoro – è stata una rappresentazione scenica che, per quanto macabra, aspra, forte e sarcastica, non ha travalicato il diritto di svolgere, anche pubblicamente, valutazioni e critiche dell’operato altrui (quindi anche del datore di lavoro), diritto che in una società democratica deve essere sempre garantito”. “Inoltre – si aggiunge nella sentenza – attraverso quella rappresentazione i ricorrenti non hanno voluto denigrare o diffamare l’amministratore delegato della società, offendendo il suo onore e la sua immagine pubblicamente, ma hanno posto all’attenzione dell’azienda la necessità di trovare una soluzione”. Quanto poi all’accusa di manifestazione violenta, o cruenta, la corte di Appello scrive che “ciò attiene alla volontà dei cinque operai di immedesimarsi nelle vicende drammatiche dei colleghi cassintegrati che si sono tolti la vita impiccandosi oppure infliggendosi coltellate al ventre. Immedesimazione che è stata concretizzata attraverso la rappresentazione di un suicidio e non di un omicidio”. Ergo: nessuna istigazione alla violenza, come invece era stato contestato ai lavoratori, assistiti dagli avvocati Pino Marziale e Patrizia Totaro. Intanto la Fiat ha già annunciato che farà ricorso in Cassazione.

 

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