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L’eleganza maschile a Napoli, negli ultimi anni dei Borbone: sarti, orefici, orologiai e “la bottega del bello Gasparre, e basta così”….

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L’eleganza dei “galantuomini napoletani” e il fiorire di numerose e notevoli “botteghe” di artigiani, talvolta geniali. Le “officine” dei guantai, e il gioielliere- orologiaio Felice Tafuri, liberale mal sopportato da Ferdinando II: un innovatore nella lavorazione dell’oro e dell’argento, erede dei gioiellieri al servizio di  Carolina Murat. La curiosa storia del “bello Gasparre”, raccontata da Di Giacomo e da De Cesare.

 

Scrisse Raffaele De Cesare che negli ultimi anni dei Borbone Luigi Caracciolo di Sant’Arpino e Maurizio Barracco dettavano legge per la moda “all’inglese”, rappresentata a Napoli dai sarti Casamassima, Diaco e Franzi che adattavano al gusto napoletano i più recenti modelli “imposti” da Londra: il “raglan”, con la particolare attaccatura della manica che aveva permesso al generale inglese Raglan di continuare a usare la spada con il solo braccio che gli era rimasto dopo le ferite di Waterloo;  il talmà, una specie di mantella che si abbottonava;   le camicie a pieghe sottili, trattate accuratamente con l’amido. Adattato al gusto e al vocabolario di Napoli fu il “tait”, “che era abito di rito nelle passeggiate alla Villa e nelle rappresentazioni ai Fiorentini”. Dopo i moti del ’48 la polizia borbonica vietò l’uso dei cappelli a cencio, di tessuto morbido, flosci, a tesa larga, che erano diventati il segno distintivo dei rivoluzionari: tornarono di moda i cappelli a cilindro, come quello di Bernardo Celentano nel ritratto di Domenico Morelli, la cui immagine correda l’articolo Scrive De Cesare che “gli eleganti” facevano arrivare i loro cappelli direttamente dall’Inghilterra e dalla Francia, ma le carte di archivio ci dicono che alcuni cappellai napoletani valevano quanto quelli di Londra e di Parigi: Costantino Perna, a via Tribunali, Domenico La Rossa che a via Chiaia vendeva “cappelli all’uso di Francia e di Inghilterra con tela incatramata” e i fratelli Vincenzo e Gaetano Marzano che a via Guantai nuovi fabbricavano cappelli a cilindro, ma anche “paglie all’uso di Firenze”. I migliori guanti si trovavano da Bossi, Cremonese e Pratico che tenevano bottega a via Toledo, e da Amendola a Chiaia: ma Bernardo Celentano, Giacinto Gigante e i suoi fratelli si servivano da Pasquale Antinori, a via Santa Caterina a Chiaia. Lavoravano per Cremonese e Antinori anche alcune “officine” dell’interno, a Nola, a Sarno, ad Avellino. Le camicie più richieste, e più costose, le producevano il Della Croce, a via Chiaia, e Giovanni Russo, che divideva l’ampia bottega, aperta proprio di fronte al teatro San Carlo, con i due fratelli, sarti specializzati nella “fabbrica di pantaloni”.

A Toledo e a Chiaia c’erano i parrucchieri più famosi, Paolucci, Carafa e Aubry, e poco lontano da Aubry teneva bottega e “officina” il gioielliere di Corte, il Vigliarolo. Gli contendeva lo scettro di più importante gioielliere di Napoli Felice Tafuri, nel suo storico negozio di vico d’Afflitto: l’antagonismo si colorava anche di note politiche, perché Vigliarolo era, ovviamente, borbonico, e anche dopo il ’60 la sua famiglia restò fedele ai Borbone, mentre il Tafuri era liberale, aveva partecipato ai moti del ’48, era stato mandato al confino da Ferdinando II ( ma per poche settimane), portava capelli lunghi alla garibaldina, e nel’ 60, nonostante gli acciacchi, accettò di diventare ufficiale della Guardia Nazionale. Inoltre, Vigliarolo costruiva solo gioielli, mentre Tafuri produceva anche orologi, facendosi aiutare dal cugino Leopoldo e da due orefici- orologiai di piazza “Largo degli Orefici”, Carlo Spasiano e Luigi Stammellati. Dicono le fonti che Tafuri portò la rivoluzione nel disegno di bracciali e di collane, allontanandosi apertamente dalla tradizione accademica e usando forme e combinazioni innovative, che i clienti accettarono con non poche difficoltà. Era la svolta “romantica” nella glittica e nell’oreficeria napoletana: una svolta preparata trenta anni prima da Carolina Murat e da Luigi Pikler, un artista di cui dovremo parlare. Seguirono la linea di Tafuri anche Vincenzo Cinque, “orefice di perle”, e Davide Fiorillo, “corallaro”, che tenevano bottega al “Largo degli Orefici”.

Sull’insegna di una bottega di via Chiaia, accanto al teatro Sannazzaro, era scritto: “Bottega del bello Gasparre, e basta così”. La storia è stata raccontata da Di Giacomo e da De Cesare. Nel 1840  lavoravano in quella bottega due vecchi, che fabbricavano le calze usate, già un secolo prima, dai valletti di Corte e dai maggiordomi. Uno dei due vecchi era il “bello Gasparre”, che in gioventù era stato uno splendido e fortunato corteggiatore di donne, e un abile spadaccino. Quando era giovane e bello, una sera, “sulla via che menava a San Nicola Talentino, ove ora è il corso Vittorio Emanuele”, gli si pararono avanti due uomini armati, pronti a punirlo per aver corteggiato una donna “ di altri”.  Poco lontano si innalzava una grande Croce di marmo, con un’immagine gigantesca di Cristo, “ noto come il Cristo grande”. Gasparre tirò fuori il pugnale e, rivolto al “ Cristo grande”, gli raccomandò “l’anima di questi due moribondi”. I quali, spaventati già dalle parole e dal tono della voce, fuggirono. Il “basta così” dell’insegna era un avvertimento per i clienti:  Gasparre non ammetteva discussioni sulla qualità e sul prezzo delle sue calze. Si irritava subito…..

Continua…..