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Le uova al purgatorio: origine del nome. La simbologia complessa dell’uovo, e il valore rituale del piatto. I documenti della storia di Ottajano dicono che questo piatto veniva consumato dalle congreghe  quando si concludeva la processione della Madonna del Carmine, e che le “ova ‘mpriatorio” sigillavano  le “trafiche” del mercato dei cavalli e delle travi di quercia. E’ corretto supporre che il rito facesse parte di tutta la cultura vesuviana.

 

Ingredienti: tre uova, 400 gr. di pomodori pelati, 300 gr. di cipolla di Montoro, mezzo bicchiere di vino bianco, sale, pepe, olio extravergine. Tagliate le cipolle alla julienne,  mettetele  in un tegame con  l’olio, fate soffriggere per circa cinque minuti a fiamma vivace, versate il vino, fate sfumare,  aggiungete i pomodori pelati, fate cuocere  per circa venti minuti  e “aggiustate” con sale e pepe. Poi adagiate nel sugo le uova, mettete su ciascuna di esse una “punta” di sale e di pepe, coprite con il coperchio e fate cuocere, a fiamma bassa, finché il “bianco” non si rapprenda. A tavola il “piatto” va molto caldo.

 

Il catalogo dei valori simbolici dell’uovo è assai lungo: tutti i popoli, tutte le religioni e molti artisti vi hanno aggiunto, nei secoli, qualcosa di nuovo, anche se spesso le novità conclamate si sono rivelate banali ripetizioni. L’uovo è simbolo della fecondità maschile e femminile, è immagine della perfezione, è figura della complessità del mondo, è segno della resurrezione. L’uovo è modello del ventre materno, e perciò Salvador Dalì lo scelse come  ornamento principale  della sua villa a Port Lligat(vedi immagine in appendice). L’uovo fu già per gli antichi simbolo dell’armonia degli opposti, perché il suo guscio racchiude due colori antitetici, ed entrambi assoluti,il bianco e il rosso. La simbologia religiosa dà forse origine anche al nome di questo piatto, perché il bianco e il rosso richiamano alla mente la scena delle tavolette votive, in cui le anime purganti chiedono ai Santi di salvarle dalle fiamme del Purgatorio (vedi immagine in appendice). Ma tre documenti da me trovati nelle ricerche sulla storia di Ottaviano e del Vesuviano confermano la funzione rituale delle “ova ‘mpriatorio”.  A Ottajano, almeno fino al 1905, la giornata dedicata alla processione della Madonna del Carmine si concludeva con un “ristoro” che a turno le famiglie “ragguardevoli” offrivano ai confratelli delle congreghe e che veniva allestito in piazza San Giovanni.  Nel 1883 Vincenzo Del Giudice, architetto e potente consigliere comunale,  offrì ai numerosi confratelli pane, “salami, formaggi e le ova al pomidoro”, mentre il vino venne offerto dai consiglieri Francesco Saviano e Ferdinando Boccia. La notizia la leggiamo nella relazione che il comando delle guardie municipali trasmise al sindaco Giuseppe Bifulco per confermargli  che non c’erano stati incidenti, nella lunga giornata, che “i mastri dei fuochi” avevano rispettato le disposizioni stabilite dalle autorità, e, infine, che il consigliere Giosuè Ranieri, al ritorno della statua della Madonna nella sua chiesa, aveva offerto al parroco di San Giovanni, “alla presenza dei fedeli tutti”, una cospicua somma come contributo per “il maritaggio di donzella povera”, “come da tradizione”.

La “trafica dell’uva” era un atto di mercato con cui i proprietari di vigneti garantivano ai loro clienti che ad essi avrebbero dato l’uva “da vino” a fine vendemmia: in questo rapporto contavano la parola d’onore e la stretta di mano: e quando “le partite dell’uva” erano importanti, facevano da notai e da garanti i camorristi “formidabili” del territorio, i capi. Nel 1863 I camorristi ottajanesi si schierarono contro Pilone anche perché il brigante aveva preso gusto a sedersi ai tavoli delle “trafiche”. Mi raccontavano i miei zii “cavallari” che c’era una “trafica” anche per l’acquisto dei cavalli da tiro, dei muli e degli asini nelle fiere, e, in particolare, nella fiera di Ottajano, una delle più imponenti dell’Italia meridionale, che si svolgeva durante la festa di San Michele. Questa “trafica” si concludeva nella locanda degli Annunziata,  nei pressi di piazza San Lorenzo, davanti a un piatto di “uova al pomodoro” e a un bicchiere di “vino sincero” del Vesuvio. Non ci dobbiamo meravigliare se questa locanda, in “si trafficava” su notevoli somme di danaro, era controllata dalle forze dell’ordine e dagli “informatori”. Nel 1898  i carabinieri  appresero da un “relatore” che  due membri della famiglia Vetrano avevano incontrato nella locanda di Saverio Annunziata tre “mercanti” di  Scafati a cui avevano venduto, “a stretta di mano, e a un prezzo assai più basso che l’usuale”, le travi del loro querceto di Piano di Borde. Aveva preso parte alla trattativa anche il locandiere.  I Vetrano erano sospettati, tra l’altro, di tagliare e vendere non solo le querce della loro “masseria”, e “in numero assai più alto di quello previsto dal ruolo di rotazione”, ma anche i “cerri” delle selve demaniali con cui la “masseria” confinava. Ovviamente, non erano i soli a non tener conto dei confini: la distrazione può fare brutti scherzi a tutti.

E’ probabile che il locandiere, concluso l’affare, abbia servito ai “trafficanti” “ova ‘mpriatorio”.