L’anguria, che i Napoletani chiamano “mellone d’acqua”, ha ispirato la poesia, la pittura e la sapienza popolare: a Napoli, in particolare, le “voci” dei venditori e le amare “sentenze” che si riferiscono ai matrimoni non fortunati. Perché i “cavallari” ritenevano che lanciare in faccia a qualcuno le scorze del “mellone d’acqua” fosse l’insulto più oltraggioso. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Giovanni Segantini.
Ingredienti:
kg.1,5 di anguria;
gr. 180 di lattuga;
gr. 80 di speck;
gr. 20 di aceto balsamico;
gr.80 di mandorle pelate;
olio,
menta,
pepe nero,
sale fino.
Tagliate a cubetti la parte magra dello speck, e, in listarelle, le foglie della lattuga, dopo che è stata liberata del torsolo; tostate in una padella le mandorle; tagliate in fette la parte rossa dell’anguria, riducete le fette in cubetti, da cui vanno eliminati i semi.
In una zuppiera versate la lattuga, le mandole tostate, condite con l’olio, spruzzate sale e pepe, miscelate con cura, aggiungete i cubetti di cocomero, date sapore con l’aceto balsamico, amalgamate, e, infine, su questo amalgama aggiungete le foglie di menta, e portate in tavola.
L’anguria sollecta un vasto campionario di commenti. E’ possibile il commento letterario, suggerito anche dagli splendidi versi che Pablo Neruda dedicò al frutto, “Nella tua abbondanza / si sciolgono rubini/ e ciascuno vorrebbe morderti /affondando in te la faccia…Tu diventi /tra i denti e il desiderio/ fresca luce che si scioglie.”. Non parliamo del commento “artistico”, che richiederebbe troppo spazio: per l’abbinamento dei suoi colori, per la sua struttura circolare che si sfrangia nelle fette intere, e in quelle già “segnate” dai denti, l’anguria è il frutto che ha sollecitato di più l’interesse dei pittori, da Recco a Ruoppolo, da Melendez a Segantini, da Longoni a Guttuso.
Poi c’è il campionario delle “sentenze”: intorno al cocomero i Napoletani hanno intrecciato alcuni capitoli fondamentali della loro filosofia.L’acqua non può essere mai dannosa, e il rosso è simbolo della vita e della lava del Vesuvio. I “mellonari” napoletani e vesuviani sfruttarono abilmente questi aspetti del “mellone d’acqua”: negli anni della nostra giovinezza girava per Ottaviano un “mellonaro” che usava i richiami tradizionali del mestiere: “tengo ‘o ffuoco d’’o Vesuvio” e “s’è appicciata pur’’a carretta”,– il rosso vivo ha appiccato il fuoco anche alla carretta -, e ne aggiungeva di nuovi: “’ ‘Sto rrusso quale pittore ‘o sapesse pittà’ ?” “Chesto è fuoco che arrefresca ‘a vocca, ‘a panza, e ‘o core”.
Quel “mellonaro” possedeva i due requisiti che Giuseppe Orgitano, grande giornalista dell’Ottocento napoletano, riteneva indispensabili per il ruolo: avere una buona voce e essere poeta. Una voce vigorosa, ma non tenorile, come quella di cui aveva bisogno, secondo l’Orgitano, il “castagnaro”, che nel teatro dei venditori di frutta faceva la parte dell’ “amoroso”, una parte quasi sempre assegnata a un tenore: il “mellonaro”, invece, era, in questo teatro agricolo, “il padre nobile”: pronunciava poche battute, ma con voce ferma e solenne. In tempi più recenti un venditore che si accampava lungo la strada della Zabatta, tra Ottaviano e San Giuseppe, diceva dei suoi cocomeri: “ Sono comm’’e Zenit” , riferendosi probabilmente all’affidabilità e alla precisione degli orologi della nota marca: i miei “melloni” non vi fanno scherzi, non hanno bisogno nemmeno della “prova”.
La “prova” del “mellone d’acqua” era fatale che sollecitasse la riflessione e suggerisse detti maliziosi e “sentenze” diventate celebri: anzi, si può dire che proprio questa “prova” fece del cocomero un protagonista di primo piano della sapienza napoletana. Non bisogna mai fidarsi di nessuno, e perciò “ ‘e mellune s’accattano sulamente cu ‘a prova”, perché se ti fidi del venditore, e il cocomero lo apri solo quando sei già a casa, e esce “janco comm’’o cetrulo”, bianco del bianco neutro del cetriolo, devi rimproverare solo te stesso: “ si ‘o mellone è asciuto janco, mo’ cu chi t’’a vuò’ piglià’?”. I promessi sposi è meglio che le “prove” le facciano prima di contrarre matrimonio: dopo, può essere troppo tardi, e le sorprese risultano ancora più amare.
Lui deve sapere che “’ e femmene sono cumm’’e mellune, ogni ciento una”: su cento donne solo una “esce” buona. E a lei, se il marito le “esce” “bianco”, capiterà di sentirsi dire dalle malelingue: “ Te tien’’o mellone ‘nfrisco”, tieni l’amante, sempre pronto, a portata, diciamo così, di mano. In un giornale umoristico pubblicato a Napoli nei primi anni del Novecento ho trovato la conferma di quello che diceva a noi ragazzi un nostro zio “cavallaro e cocchiere”, e cioè che l’insulto più umiliante che possiamo rivolgere a una persona è gettargli in faccia ‘na scorza ‘ e mellone d’acqua.
Si credeva infatti che queste scorze, dal sapore amaro, sollecitassero intensamente l’urina dei cavalli: e dunque gettare le scorze in faccia a qualcuno era un oltraggio multiplo: prima di tutto perché le scorze potevano far male, poi perché erano la parte apparentemente inutile del frutto, e dunque “te le getto in faccia, sei un secchio per la spazzatura”, e infine perché erano la metafora dell’urina dei cavalli, e l’urina è protagonista delle offese più umilianti. Di questi tempi, servirebbero quintali di scorze ogni giorno.


