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Le ricette di Biagio: bucatini alla Caruso. La “bufala” dei fischi al San Carlo….

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“ Il giuramento dei vermicelli”. Nel dicembre del 1901 Enrico Caruso interpretò, al San Carlo,  il personaggio di Nemorino nell’ “Elisir d’amore” di Donizetti.  Qualcuno raccontò che era stato un fiasco, che il pubblico napoletano aveva duramente contestato il tenore e che il tenore aveva giurato che sarebbe tornato a Napoli solo per mangiare i vermicelli: Fu facile dimostrare, leggendo le cronache del tempo, che quella storia era “una bufala”. La passione di Caruso per  bucatini e vermicelli.

 

Ingredienti: gr. 400 bucatini; gr. 300 pomodori di San Marzano; 1 peperone rosso,  uno giallo, due peperoncini freschi; 1 zucchina; olio d’oliva e olio per friggere; 2 cucchiai di farina; origano; basilico; aglio; prezzemolo; sale e pepe. Nell’olio di una padella fate soffriggere l’aglio tagliato in quattro parti, che toglierete quando l’aglio si sarà imbiondito. Versate nella padella i pezzetti di pomodoro, le “liste” dei peperoni, i peperoncini, l’origano e il basilico e il sale. Dopo 15 minuti di cottura a fiamma bassa, aggiungete un po’ di pepe. Quando il sugo è pronto,  “calate” in esso i bucatini già lessati a parte e scolati al dente, e le rondelle di zucchina che avete già infarinato e fritto nell’olio.  Fate “saltare” il tutto e poi distribuite nei piatti, che potranno essere “decorati” con prezzemolo e con qualche rondella di zucchina fritta ( dal sito “napolitoday).

 

Enrico Caruso non nascose mai la sua passione per maccheroni, spaghetti e vermicelli, anzi di questa passione fece una bandiera, un simbolo profumato e concreto del suo amore per Napoli e dell’orgoglio per le sue origini “plebee”. E nessuno osò dubitare del fatto che la ricetta dei bucatini era stato proprio il tenore a suggerirla ai cuochi degli alberghi di Napoli e della costiera amalfitana in cui era solito soggiornare. Nacque così la storia del “giuramento dei vermicelli”. Nel dicembre del 1901 il pubblico del San Carlo fischiò il giovane tenore – aveva allora 28 anni – che  aveva già cantato, con successo, alla “Scala” di Milano:  lo fischiò perché non gli piacque la sua interpretazione di Nemorino, il personaggio dell’opera di Donizetti “ L’Elisir d’amore”. Scosso da quei fischi, Enrico Caruso giurò che non avrebbe mai più cantato a Napoli, e che nella sua città sarebbe tornato solo per mangiare un piatto di vermicelli. In un articolo pubblicato dieci anni fa da “la Repubblica” Francesco Canessa dimostrò che questa storia dei fischi del San Carlo era solo una delle tante leggende che sono state “costruite” sulla storia del teatro lirico.  Lo dimostrò, il giornalista, citando ciò che sul “Pungolo” aveva scritto il 31 dicembre 1901 Saverio Procida “il  mammasantissima della critica del tempo”. “Il fortunato giovane tenore mi parve nel primo atto atterrito dalla sua stessa fama, se ne risentì persino il buon metallo della sua voce. Più tardi, gli applausi amabili rinfrancarono l’artista , venne richiesto il bis del duetto finale del primo atto e un cordiale saluto rassicurò il tenore sulle intenzioni favorevolissime del pubblico”. Che chiese a Caruso di “bissare la celeberrima “Furtiva lagrima” “. L’opera andò in scena anche il 4 gennaio del 1902 e sul “Pungolo” del giorno dopo un “trafiletto” non firmato comunicò ai lettori che il tenore aveva cantato “meravigliosamente quella patetica melodia. La progressione di voce onde compie il passaggio dalla prima alla seconda parte della romanza è davvero degna di un grande cantante. Il pubblico ne restò entusiasta.”. Dunque applausi, e non fischi. Ma è vero che Caruso non cantò più né a Napoli, né in Italia:  i successi americani fecero di lui il più pagato dei tenori, il protagonista di un gigantesco “affare”, quello della “nascente industria discografica”.  In realtà, Enrico Caruso fu scosso dal severo giudizio che il 15 gennaio 1902 Saverio Procida espresse, sempre sul “Pungolo”, sulla sua interpretazione della “Manon “ di Massenet, ma alla fine dovette ammettere che “la lunga, straordinaria   carriera americana si realizzò  proprio grazie al genere che Procida suggeriva”: non il “repertorio leggero, ma i personaggi di Verdi e quelli ancora più drammatici dei compositori veristi, sino al  prediletto Leoncavallo de “I Pagliacci”” ( F. Canessa).

(fonte foto: Napoli Today)

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