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Nella camera d’albergo Anna Magnani interpreta, davanti a Montanelli, gli ultimi momenti di Margherita Gautier, la  Signora delle Camelie, la “Traviata”. E’ tale la magia dell’interpretazione che pare a Montanelli di vedere realmente la neve che fiocca e i capelli stessi dell’attrice sciogliersi da soli dall’abituale arruffio e scendere a carezzarle la guancia. L’attrice ripete l’ultima amara domanda che Margherita morente rivolge al “suo” Armando che l’ha abbandonata e non tornerà più, “Perché, Armando? Perché?”. La porta si apre all’improvviso, compare il cameriere che porta le tazze di tè, e la Magnani in un attimo passa da Dumas e da Verdi a Gioacchino Belli e ad Aldo Fabrizi. Una infinita magia, che lo sguardo e la penna di Montanelli vedono e raccontano. Magicamente.

 

Indro Montanelli incontra la Magnani nei primi giorni del 1950 e racconta la cronaca di quell’incontro in un articolo pubblicato sul “ Nuovo Corriere della Sera” del 15 gennaio. Si erano conosciuti alcuni mesi prima a Roma, “in un salotto vagamente surrealista”. In questo salotto di Roma Anna Magnani arriva in ritardo, gira “uno sguardo distratto e immisericordioso” sulle signore che l’aspettavano conversando con un accento che suona “trasteverino” anche quando usano all’improvviso parole straniere: damme ‘n drinke, ‘o famo’n party”. Erano andate tutte, “visibilmente”, dal parrucchiere che “a prezzo di torture medievali aveva tentato invano di acconciar loro i capelli alla Magnani, cioè al modo di colei che dal parrucchiere non ci va”. La Magnani si butta “di traverso su una poltrona”, fuma una dopo l’altra una dozzina di sigarette, non degna di uno sguardo i presenti che continuano a guardare solo lei e parlano a bassa voce “per non turbare la sua ipocondria”: e, quando un giovanotto “dalla chioma lustra di brillantina”, non riuscendo più a contenere la sua “voglia di mostrare la sua intimità” con l’attrice, le chiede “Ch’hai fatto oggi, Nannaré?”, lei risponde che ha portato al mare la bambinaia di suo figlio, “che è ciociara e il mare non lo aveva mai visto”, e che ha avuto paura delle onde. Tutti ridono, e le loro risate sono come “un fragore di grossolana cristalleria infranta”: la Magnani gira “sugli astanti due occhi gelidi, alla disperata ricerca di un viso serio. Non trovarono che il mio e vi si posarono un attimo.”. Alla fine della serata chiede a Montanelli, “su un tono quasi di brutale aggressività” perché non ha riso alle sue parole. “Mah! Mi pareva che non ci fosse nulla da ridere” risponde il giornalista “un po’ seccato”. E lei, fissandolo “sfacciatamente in volto” ribatte: “Infatti non c’era proprio nulla, e mi piace che non abbia riso. Come ha detto che si chiama, lei?”. Lui le dice il suo nome, che non suscita nell’attrice nessuna impressione. “ E sta a Milano ?” “ A Milano” “Mbe, quando ci vengo, mi faccio viva”.

E si fa viva, qualche giorno prima del 15 gennaio. Invita Montanelli nell’albergo e gli annuncia che ha messo su una compagnia drammatica per tre mesi di recite, a Roma, a Milano, a Parigi, a Bruxelles. “ E sa che lavoro faccio?” “Non mi sforzo nemmeno di immaginarlo.” “Infatti di forza gliene occorrerebbe parecchia, penso. Faccio Margherita Gautier”, la Signora delle Camelie, la “Traviata” insomma, l’infelice abbandonata da Armando Duval e destinata a morire, malata e sola. La Magnani dice, orgogliosamente, che la “sua” Margherita non avrà nulla in comune con le altre: la “sua” Margherita sarà “un povero straccio di donna, tormentata, più che dalla tisi, dalla gelosia e dal rimpianto!…Noi donne, allora e ora, siamo state sempre le stesse, almeno dinanzi all’amore e alla morte, che sono due cose ugualmente serie e terribili…Margherita sospesa sui secoli e sui loro costumi, che non la toccano, nuda con la mia tosse, con i miei spurghi di sangue, con il mio viso disfatto, con la camera in disordine, con i creditori giù a basso che aspettano il carro funebre per poter mettere tutto all’asta, e fuor dalle finestre nevica e io sono sola.”. E Montanelli commenta: “Fiocca veramente, o è la magia delle sue parole che me la fa vedere, la neve oltre le finestre?…Ma Dio, come è bella questa donna brutta, spettinata, senza bistro, né carminio, che mi si erge davanti e, oltre i vetri, guarda trascorrere la vita della città. Non per un gesto della mano, ma atterriti dal balenio degli occhi su cui facevano gronda, i capelli le si sono risollevati sulla fronte di marmo e ora docilmente si piegano di lato e scendono a lambirle la guancia in una carezza consolatrice, mentre una lacrima trattenuta – sembra- da anni, le parte di lontano tra le ciglia e viene ad ammorbidirle lo sguardo duro e triste che vi naufraga languidamente”. Anche Fernando Pessoa avrebbe invidiato questa immagine dello sguardo che naufraga in una lacrima. Ma l’attrice e il giornalista sanno che può capitare, a teatro e nella vita,  che al culmine del dramma faccia irruzione il comico. La Magnani continua a essere Margherita morente, piange, tossisce, e il suo sguardo va sempre verso la porta, nella speranza che la porta si apra e compaia Armando, ma la porta rimane chiusa: “ Non tornerà, non tornerà mai più…Solo gli uomini hanno la forza di non perdonare, quando amano….io ho avuto per lui tanto amore quanto un cuore di donna può contenerne e darne.. ma ora è lontano e mi maledice… e tutto un inverno di ghiaccio mi pesa sul petto. Perché Armando, perché?”. All’improvviso, la porta si apre “ e un giovane cameriere vi si staglia col vassoio del tè in mano.”. La Magnani, immersa interamente nella parte, va verso il giovane, “sempre mormorando: “Perché, Armando?.. Perché ?…” , “spalanca le braccia e le protende verso di lui che, come ipnotizzato, posa il vassoio su una consolle e, pallido come un cencio, stravolto, a sua volta protende le braccia verso di lei.”. In un attimo, la magia si spegne, “la neve cessa di fioccare” e Anna, “ritrincerati gli occhi duri e tristi dietro la gronda dei capelli”, “brusca” dice al giovanotto: “ A’ ragazzi’ che te pija? Ma che te chiami Armando,te?”. Il ragazzo “trasale, come risvegliato da un’estasi : “ Eh, sì, signora !” barbuglia fiocamente: “Mi chiamo proprio Armando””.

La magia dell’arte di Anna Magnani e la grandezza dello “sguardo” e della “penna” di Montanelli, capaci di vedere e di descrivere quella magia.