Il disegno (cm. 46 x cm.30), noto anche come “Fanciulla napoletana”, fu realizzato da Vincenzo Gemito nel 1885 con carboncino, sanguigna, acquerello e tempera su carta di Amalfi. L’opera, esposta nel 1903, insieme ad altri lavori di Gemito, alla “Quinta Mostra Internazionale” di Venezia, venne acquistata da Teresa Maglione Oneto e poi entrò nella collezione del fiorentino Gabriele Consolazio: dal 1954 è proprietà del Banco di Napoli.
Due anni dopo aver realizzato questo capolavoro, Vincenzo Gemito fu drammaticamente vinto dalla gelosia, entrò in guerra con il mondo e divenne uno dei due “pazzi” – scrisse Giovanni Artieri – dell’arte napoletana: l’altro era Antonio Mancini. Racconta Artieri che il 20 agosto 1887, prima di essere portato via dagli infermieri del manicomio –“’e mastuggiorg’” – Gemito mise su un tavolo della sua casa al Vomero un foglio di carta con il suo testamento: lasciava tutto a Nannina Cutolo – la donna che lo faceva ardere tra le fiamme della passione e della gelosia –, al patrigno Masto Ciccio e alla madre putativa Peppina Baratta. Questo straordinario artista passò 20 anni della sua vita, dal 1887 al 1907, chiuso in una stanza della sua casa: “vi si aggirava farnetico, minaccioso, urlante come un ciclope nell’antro, rifiutando il letto e il cibo, nutrendosi, come scrisse D’Annunzio, di due olive e di un sorso d’acqua.” E portando a termine sculture, dipinti e disegni che gli procurarono l’incondizionata ammirazione dei critici e dei collezionisti italiani e europei. Artieri descrive l’attenzione che Vincenzo Gemito dedicava ai movimenti e agli atteggiamenti armoniosi delle zingare, “donne misteriose che compaiono all’improvviso e non si sa da dove arrivino, girano per la città di Napoli, si avvicinano alle persone, stringono la mano e guardano diritto negli occhi”. Come ci ricorda Paola Iavarone, tutta la produzione grafica che precede questo disegno “era finalizzata alla progettualità scultorea. Questo disegno, invece, animato da una forte autonomia espressiva e da una manifesta rifinitezza formale, si sottrae dalla sottomissione alla scultura per ergersi ad opera artistica autonoma.”. Gemito vuole rappresentare una ragazza pensosa, che volge sguardo e espressione non verso lo spettatore, ma verso un pensiero o un oggetto che stanno al di là del supporto. Questo movimento obliquo è sottolineato dalle labbra schiuse e dal fascio dei capelli che gira intorno alla testa e scende “mollemente” sulla spalla destra della ragazza. Ma lo spettatore non può trascurare la spalla sinistra, segnata dall’ombra del collo e dalle pennellate “in movimento” di tempera bianca. La “base” del disegno è un leggera velatura di sanguigna, sulla quale viene steso, delicatamente, il giallo dell’acquerello; le ombre sono strati di acquerello e di tempera che diventano più intensi sul collo, sul filo della spalla e sopra le palpebre: qui servono a far risaltare la luce e lo smarrimento degli occhi, trattati con “punte” di tempera bianca e verde. Il filo di tempera bianca sul dorso del naso “conduce” il nostro sguardo verso il rosso delle labbra che si schiudono come per formulare qualche domanda. Lo sguardo malinconico diventa il protagonista del disegno in cui Vincenzo Gemito ritrasse la sua Nannina Cutolo (vedi immagine in appendice) affidando alla tempera bianca e alle labbra schiuse la funzione “pittorica” fondamentale.




