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La storia di Francesco Bartolomeo Belli, figlio di un pescatore del quartiere dei Remolari, che appare dotato di virtù taumaturgiche, esercitate soprattutto in favore delle donne che incontrano difficoltà di gravidanza, di parto e di allattamento. Il ruolo della madre, e dei Padri Francescani riformati. Il “santolillo” viene sottoposto a esorcismo. Infine viene relegato nel monastero di San Giorgio, che è amministrato dall’Ordine dei Pii Operai. Il quadro “Scienza e carità” che Picasso dipinse a quindici anni.

 

La storia è raccontata da Pierroberto Scaramella nel libro “ I santolilli: culti dell’infanzia e santità infantile a Napoli alla fine del XVII secolo”. Nella primavera del 1670 Ursula Ciaccia, di 35 anni, che porta i visibili segni di una gravidanza avanzata, si reca nella chiesa dell’Opedaletto dei Padri Francescani riformati, per confessarsi. Un sacerdote dotato di spirito profetico le dice sussurrando che partorirà il 26 agosto e che suo figlio, a cui ella deve mettere il nome di Francesco, sarà “un gran servo di Dio”. Il bambino nasce proprio il 26 agosto e viene battezzato col nome di Francesco Bartolomeo. I prodigi incominciano subito: non c’è “mammana” che non voglia dargli il latte, perché quando lo allattano, le donne si sentono “ricreare”, “arricrià’”, immerse in uno stato di assoluta serenità. Ma fin dal primo momento di venerdì Francesco Bartolomeo rifiuta il latte e respinge, con calma, ma con fermezza, sia il seno delle nutrici che quello della madre.Nel 1675 la fama del “santolillo” si è ormai diffusa in tutta la città: ogni giorno, nel quartiere dei Remolari,  una folla di napoletani chiede di entrare nella povera casa di Ursula e del marito Antonio Belli, che fa il pescivendolo. Tutti vogliono essere ammessi nella spoglai stanza in cui il “santolillo”, vestito con un “abitello di Sant’Antonio”, scalzo, sta su un “paglione” “in costante adorazione di un altarino creato da lui stesso con alcune immagini sacre e una statuina di San Francesco”. La fama del “santolillo” miracoloso è tale che interviene, sotto la guida dell’Inquisizione romana, il tribunale della Curia napoletana: vengono interrogati la madre, i numerosi “fautori” del “santolillo”, non pochi testimoni. Tutti dicono, concordemente,che il bambino è dotato di “potenti capacità taumaturgiche e di spirito profetico” e che egli ha certamente fatto prodigi “in utero matris”, ha moltiplicato cibi, ha guarito infermi, ha compiuto esorcismi e ha indotto al pentimento peccatori incalliti: ci sono prove e documenti.

Le indagini permettono di stabilire che alle “spalle” del bambino operano la madre, la nonna e altri famigliari, che hanno creato un gruppo compatto e cercano di orientare i poteri taumaturgici di Francesco Bartolomeo – egli li attiva attraverso il segno della croce – a portare aiuto alle donne che incontrano difficoltà di gravidanza, di parto, di allattamento.  Osserva giustamente lo Scaramella che i famigliari del “santolillo” appartengono al gruppo sociale dei pescatori e dei portuali, predisposti “ a una spiritualità misticheggiante, attenti agli aspetti più “carnali” della predicazione barocca”. Accanto alla famiglia é schierato un folto gruppo di “fautori”, ma è assai probabile che alla guida del sistema ci fossero proprio i frati dell’Ospedaletto, e che essi abbiano regolato tutto il “processo formativo che aveva portato un bambino particolarmente vivace e sveglio ad essere additato come santo- bambino dalla popolazione”.

I Tribunali della Fede decidono di sottoporre il “santolillo” a una seduta esorcistica: il loro intento è quello di dimostrare che Francesco Bartolomeo non è un piccolo santo, ma è un “posseduto”, e che il diavolo che lo “possiede” è assai pericoloso. Il “santolillo” venne esaminato, in otto sedute, da un domenicano del convento di San Pietro Martire, che usò ogni tipo di tecnica esorcistica – anche le tecniche non consentite – per far “venire alla lingua” il demonio che “stava” nel bambino: ma l’esperimento fallì, e si dimostrò inconsistente anche l’ipotesi della simulazione. Contribuì a demolire questa ipotesi l’energia con cui la madre respinse, punto per punto, i sospetti degli “inquisitori”. “Il caso- scrive lo Scaramella – si chiude drammaticamente con l’affidamento del bambino” all’ordine religioso dei Pii Operai: Francesco Bartolomeo viene relegato nel monastero di San Giorgio, sotto la direzione spirituale di Pietro Grisolfo e Antonio Torres. Ma sei anni dopo proprio Pietro Grisolfo scriverà un libro per illustrare i prodigi di un altro “santolillo”, Nicola de Fusco, morto nel 1680, all’età di tre anni e mezzo. Ma di questo parleremo in un altro articolo.

L’articolo è corredato da un quadro di Picasso, “Scienza e carità”, in cui ci sono  un bambino e una donna malata, ma il compito di dare salute è affidato alla medicina. Il  quadro è stato scelto soprattutto perché Picasso lo dipinse a 15 anni: e questo pare un prodigio.