La speranza: Cristo risorge e disarma la mano di chi è pronto a colpire
La mano violenta non è solo quella dei soldati che stanno combattendo: è anche quella dei mafiosi e dei camorristi, dei potenti prepotenti, del poliziotto che spara nel cranio del giovane steso a terra, di chi perseguita e uccide le donne, di chi tace per viltà, dei giovani e dei ragazzi che si divertono a picchiare gli indifesi, di chi colpisce non con le armi, ma con la parola, con la menzogna, con la calunnia. La violenza percorre vene, sentimenti e pensieri di questo nostro tempo. Il quadro “La Resurrezione di Cristo” ( cm. 136 x 104), oggi conservato a Dresda, Paolo Caliari detto il Veronese (1528- 1588) lo dipinse tra il 1570 e il 1572. La tecnica straordinaria procurò al pittore l’ammirazione di Delacroix e degli Impressionisti.
La speranza è un rischio da correre. E’ addirittura il rischio dei rischi.
Georges Bernanos
Racconta Matteo (XXVII, 62 – XXVIII, 4) che dopo la morte di Cristo i sommi sacerdoti e i farisei si recarono da Pilato e gli chiesero di far custodire da sentinelle armate il sepolcro di “quel seduttore”: “..ci siamo ricordati che egli, quando era ancora vivo, assicurò: “ Dopo tre giorni risusciterò”.”. E ora essi temevano che i suoi discepoli portassero via il corpo e raccontassero alla folla che egli era risorto. Pilato concesse le guardie, e la pietra del sepolcro venne sigillata. Ma al terzo giorno, dopo una violenta scossa di terremoto, l’ Angelo del Signore scese dal cielo, fece rotolare via la pietra, vi si sedette sopra: e le guardie furono a tal punto spaventate che “divennero come cadaveri”.Nella storia della pittura le guardie spaventate e disarmate davanti al Signore che sorge dal sepolcro sono diventate un dettaglio fondamentale, perché il loro terrore comunica immediatamente all’ osservatore che non c’è potere terreno che possa resistere a quello di Cristo Risorto, portatore di pace. Papa Francesco nella sua omelia di qualche giorno fa ha collegato questi valori della Resurrezione al dramma della guerra in Ucraina, ma la violenza è ormai un segno distintivo del nostro tempo. Doveva essere disarmata, per esempio, anche la mano del poliziotto americano che qualche giorno fa, nel Michigan, ha poggiato la canna della pistola sulla testa di un giovane steso a terra e lo ha ucciso. La violenza, nelle sue varie forme, è la “pasta” di cui è fatta la cultura della nostra società: ed è, questo, un tema che merita tutta la nostra attenzione. In questa “Resurrezione” di Dresda c’è tutta la straordinaria tecnica del Veronese, di cui Delacroix si dichiarò debitore: “ A mio giudizio il Veronese è forse l’unico che abbia saputo cogliere tutti i segreti della Natura…io gli devo tutto.”. Questi segreti li spiegò nel 1929 Adolfo Venturi osservando che il carattere fondamentale della pittura del Veronese è la serenità, “il pieno abbandono all’incanto del colore puro, fresco, primaverile, non offuscato da atmosfere cariche di vapori, ma vibrante alla luce d’un cielo sereno, lavato da piogge, che anche alle ombre infonde trasparenza e tenuità di cristallo.” Il Maestro possedeva, al grado più alto, una “virtù” propria dei pittori veneziani, quella di “illuminare” anche le ombre e di contenere nella misura dell’armonia i contrasti tonali, anche quando usava, come in questo quadro, il rosso e l’azzurro. La sua pittura, insomma, era la più adatta a rappresentare la luminosa speranza che è il segno distintivo della Resurrezione. E per imprimere movimento alla scena il Veronese inclina la figura di Cristo che si leva verso il cielo – quasi tutti i pittori della “Resurrezione” lo raffigurano, invece, immobile, lungo una verticale al centro del quadro – e così crea una dinamica corrispondenza con l’inclinazione delle figure “travolte” dal miracolo che si sta manifestando davanti al loro sguardo. Il muro in rovina serve a delimitare lo spazio dell’evento e nello stesso tempo è il simbolo di un mondo che è finito per sempre, mentre l’ara bianca rappresenta il mondo nuovo che sta sorgendo.

