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Nel quadro di Rubens Cristo risorge come Figlio di Dio e come Uomo? E Dio Padre fu “toccato” dalla sofferenza del Figlio? Questi temi vengono trattati da Michele Ranieri nel libro “Dell’Intempestivo”, insieme ad altri temi, tutti “segnati” dalla cultura, dalla passione e dalla “penna” sagace dell’autore. La teologia e la filosofia della Resurrezione di Cristo. Le riflessioni di papa Benedetto XVI. Le intuizioni di Caravaggio e di Rubens, che “vedono” e rappresentano l’umanità “corporea” di Cristo risorto.

 

Michele Ranieri, docente di filosofia e di storia presso il Liceo “A. Diaz” di Ottaviano, ha una cultura non solo vasta e profonda, ma anche “sentita”, nel senso che in ogni incontro con i libri egli rimette in gioco la filologia della mente e quella del cuore. Tre mesi fa il professore ha pubblicato “Dell’intempestivo”, “appunti e note sul ritardo, lo scarto e il postumo”: e sono appunti e note che toccano atti e momenti del vivere e del pensare di ciascuno di noi, e mi ricordano la straordinaria capacità di Karl Kraus di servirsi del paradosso, del “rovesciamento” e dell’ “inaspettato” per farci capire che niente nella nostra vita è “offeso” dalla banalità, perché se un solo nostro pensiero, un solo gesto, una sola percezione fossero banali, tutta la vita nostra sarebbe fatalmente e totalmente banale. La prima parte del libro è dedicata al tema della Resurrezione di Cristo, che ha mosso e muove la riflessione di teologi e di filosofi, e che espose San Paolo all’irrisione degli Ateniesi. Paolo, nel suo discorso all’Areopago di Atene, ricordò che Dio giudicherà gli uomini “con giustizia per mezzo dell’Uomo che Egli ha scelto dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”, ma non “appena sentirono l’accenno alla resurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: “Ti sentiremo su questo un’altra volta”.” (Atti degli Apostoli, 31-33). Non era facile parlare della resurrezione dei corpi nella città di Platone, del filosofo che aveva “visto” la perfezione ideale dell’anima realizzarsi nel momento in cui essa si libera dal carcere del corpo. Michele Ranieri parla anche di un teologo francese, Emmanuel Falque, che “ha sviluppato in pagine complesse e non prive di fascino il tema della partecipazione del Padre al dolore del Figlio”. Questo passaggio mi ha riportato alla memoria – un raggio di luce improvviso – la sorpresa che scosse noi, giovani universitari- più di mezzo secolo fa – quando il prof. Nazzaro, assistente di Francesco Arnaldi, ci spiegò che la vita terrena e la morte di Cristo avevano spinto  Clemente Alessandrino, Origene e anche Agostino, a  interrogarsi sulla impassibilità di Dio Padre, e a rispondere che la sofferenza di Cristo aveva “toccato” in qualche modo anche il Padre. E di questa partecipazione ha scritto anche Papa Benedetto XVI: “Dio è uno che soffre, perché è uno che ama; la tematica del Dio sofferente deriva dalla tematica del Dio che ama, e rinvia continuamente ad essa. Il vero superamento del concetto antico di Dio da parte della concezione cristiana sta nel riconoscimento che Dio è amore”. Ci sono, nel libro di Michele Ranieri, altri temi che meritano una analisi e un confronto: da Lucrezio alla lingua di Dante, dai filosofi greci a uno dei “passi” che considero un cardine della letteratura universale, il racconto omerico dell’incontro nell’ Ade tra Ulisse e Achille.

Ma torniamo al tema di oggi. L’arte dei Maestri arriva, talvolta, alle stesse conclusioni dei teologi e dei filosofi: e ci arriva per una strada più breve, più netta, più spettacolare. Il “Cristo che risorge”, che fece parte della collezione dei Medici e che oggi appartiene alla “quadreria” di Palazzo Pitti, Rubens lo dipinse nel 1616, proponendosi chiaramente di “rovesciare” l’iconografia della Resurrezione codificata da Raffaello e dalla pittura rinascimentale. Il Cristo risorto del Maestro olandese non sale in alto, verso i cieli, con la leggerezza luminosa dello Spirito, ma è un uomo dal corpo possente, dalla muscolatura virile, che non porta nessun segno di morte e di sofferenza: Egli esce dal sepolcro e si appresta a levarsi in piedi e a venire verso di noi, verso la Terra. Nel quadro di Caravaggio (immagine in appendice) il Cristo risorto che cerca di vincere l’incredulità di Tommaso è un uomo, nel colore delle carni e nel tono dell’espressione. E mentre spinge dentro la ferita il dito della mano rozza e sporca del  Suo seguace che non crede che quell’uomo che gli sta di fronte sia Cristo risorto, pare che Egli avverta ancora dolore: i labbri della ferita (e forse dovrei scrivere “le labbra”, perché quella ferita è una bocca che parla), le rughe sulla fronte di Tommaso, i muscoli delle mani di Cristo pare che si muovano, nella tensione di una scena tutta terrena. Sì, il Dio che soffre è la verità che permise al Cristianesimo di mandar via dall’Olimpo gli dei antichi.