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Da oggi prende il via una nuova e interessante rubrica dal titolo “La Provocazione del Vangelo” a cura di Don Nicola DE Sena, che ci spiegherà il vangelo adattandolo ai nostri tristi tempi.

 

Da poche settimane abbiamo celebrato il Triduo e la Pasqua di Risurrezione. Questi giorni santi hanno permesso alla comunità cristiana di rivivere gli attimi più intensi e difficili della vita di Gesù di Nazareth.

In realtà, nella nostra città, come in tutte le altre, meno dell’1% dei battezzati ha partecipato alle celebrazioni liturgiche, mostrando ancora di più la crasi che si è venuta a creare tra la dimensione di fede e la vita quotidiana dei presunti credenti. Questa spietata lezione che riceve la Chiesa ormai da anni non riesce a trovare una soluzione, o meglio, le nostre realtà parrocchiali non riescono più a risvegliare la coscienza cristiana del nostro popolo.

Se i fedeli laici si sono rinchiusi in una fede privata e intimista, riversando la loro pratica religiosa nelle devozioni, molte comunità parrocchiali sono diventate luoghi in cui è garantito solo il culto e i sacramenti. Il respiro di laicità che risulta fondamentale è ormai una chimera e, alla fine, a noi parroci forse sta bene così la situazione; basta lamentarsi un po’ per lavarci la coscienza e solo pochi di noi cercano di comprendere e discernere questo tempo così complesso, soprattutto in questa pandemia. Eh sì, perché il covid è stato forse il peggior nemico della Chiesa dello status quo, di chi si crogiolava dei numeri oceanici, di chi vantava di avere ininterrottamente sacramenti da celebrare. In realtà la pandemia ha tolto il velo di incrostazione che c’era e sta mettendo a nudo tutti i nostri punti critici.

Ogni tempo ha avuto le sue tragicità, ogni volta la Chiesa ne è uscita migliore, ma oggi sembra tutto affannare, soprattutto per le motivazioni finora espresse.

Questa seconda Pasqua è stata segnata dalla pandemia, ancora una volta è stata asciutta, essenziale, incentrata solo sul mistero celebrato e nella preghiera comunitaria. Ma…

C’è una nota stonata ed è il devozionismo pietoso di chi si rifugia in una pratica del tutto atea dei simboli religiosi.

Nella nostra città è venuta a mancare la processione storica del Venerdì Santo e, come per ogni tradizione religiosa che si rispetti, il popolo dei cattolici –praticanti e non – ha perso l’unico punto di riferimento della Pasqua. Osservata da un punto di vista ecclesiastico come il mio, questa mancanza poteva trasformarsi in opportunità, ma invece ho constatato amaramente che la reazione è stata solo di un lamentoso ricordo di un evento tradizionale, piuttosto che un segno di fede che ha lasciato spazio ad altro.

Il cristianesimo è un impegno e uno stile di vita, piuttosto che un’ostentazione della pietà e delle devozioni; Gesù ci ha insegnato a vivere una nuova possibilità, a dare una visione diversa al mondo e alle relazioni; Cristo non ci ha ingabbiati nelle chiese, ma ci ha liberati. Nella Lettera di Giacomo, al capitolo due, troviamo questi versetti: “Al contrario uno potrebbe dire: “Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede“. La nostra fede è dimostrabile proprio grazie alle opere, che nascono da un nuovo stile di vita.

Per questo, a tutti è mancata la processione del Cristo Morto e della Madonna, a tutti è mancato veder passare i simulacri per le strade della nostra città; molti hanno postato quest’amarezza sui social…ma invece io mi domandavo in quei giorni: Come mai ci accorgiamo di una statua che non passa per le nostre strade e non vediamo il povero, il bisognoso che bussa alla nostra porta? Come mai ci indigniamo se il covid non ha permesso le tradizioni, ma poi non notiamo le disuguaglianze palesi del nostro territorio? Come mai siamo stati solerti nel manifestare la malinconia di un evento atteso e poi sfruttiamo gli stranieri, deturpiamo l’ambiente e facciamo finta di girarci dall’altra parte ora che la criminalità giovanile si sta facendo forte e la legalità sta venendo meno?

Io una risposta l’ho formulata e la esplicito. Non dovete essere per forza d’accordo con me, ma è un’idea che voglio condividere con tutti i lettori.

Coloro che non sono praticanti di chiese, come quelli che in chiesa vengono sempre hanno una comune prospettiva erronea della fede: basta partecipare ad un evento religioso, che sia la messa o la processione, per stare a posto con la coscienza e poter dire di essere cristiani. In realtà, ciò che manca è lo stile, la cultura del cristianesimo che si è quasi estinta o si è mutata in una religione atea e sincretista, dove non c’è più l’impegno personale della conversione della vita, ma una semplice partecipazione a riti religiosi.

La Pasqua è la Risurrezione di Gesù e, di conseguenza, anche la nostra. Se vogliamo risorgere e dirci veramente cristiani, dobbiamo essere presenza e coscienza critica del nostro territorio e non solo frequentatori di chiese o di santuari o partecipanti di processioni e di devozioni. C’è tanto ancora da lavorare, soprattutto in questo tempo in cui la religione atea è quella che raccoglie più adepti, ma che non ha nulla a che fare con l’insegnamento e lo stile di Gesù di Nazareth.

Dio non è presente dove vogliamo noi, non si fa rinchiudere in spazi precostituiti; il Figlio ci ha mostrato dove trovarlo e dove trovare Lui: nello stare insieme in preghiera di chi crede veramente e nel povero e nel bisognoso.

Ci sia spazio per una fede autentica, che sia rigenerata dalle nostre parrocchie, dove l’essenziale prenda il sopravvento sul superfluo e le nostre comunità tornino a formare credenti veri, capaci di profumare di vangelo nel maleodorante tempo della pandemia.