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Ad onta del silenzio che le ha circondate, le campane di vetro – oltre a tramandare memorie, ricordi di affetti e tradizioni – diventano  nel tempo oggetti ricchi di fascino, che oltre ad esaltare sentimento di devozione e di fede, aprono spiragli nei campi della ricerca. Intervista allo scultore a appassionato studioso potentino Rocco Monteleone.

 

 

Rocco Monteleone nasce a Genzano di Lucania, in provincia di Potenza, nel 1990 e si diploma all’ Istituto d’Arte del capoluogo, perfezionando i suoi studi sulla tecnica della lavorazione del legno e sul restauro. Dopo aver partecipato a numerose mostre e concorsi artistici, ha realizzato il bronzo Il Bersagliere nella Città di Matera in occasione del 67° Raduno Nazionale Bersaglieri. Promotore di numerosi laboratori artistico/artigianali, ha collaborato con l’Unicef Basilicata e l’associazione Art&venti 2012 di Potenza.. Per unire lo studio, la ricerca e la coprogettazione di Sacro e Profano ha partorito Innovazione e Devozione in Arte (IEDA): un progetto che si ispira alle botteghe d’arte d’Oriente e d’Occidente, dove la sapienza e l’abilità dei maestri artigiani hanno lasciato una memorabile traccia storico-culturale nel mondo dei segni, delle icone, delle statue, dei dipinti, degli archetipi e dei simboli conservati presso musei d’arte moderna e contemporanea, presso chiese e templi. L’obiettivo di Rocco Monteleone e l’artista Vito Palladino è di restituire la vita a questo enorme patrimonio umano attraverso un linguaggio contemporaneo, utilizzando materiali del nostro tempo, innestati in creazioni dal principio antico, ma dal valore attuale, grazie a uno spirito di innovazione e devozione che da sempre nutre il concetto di un’arte universale e unificante. La nostra intervista racconta la devozione domestica attraverso le figure dei santi sotto le campane di vetro, di cui Rocco Monteleone è un esperto internazionale.

Rocco, che cosa esprimono le statuette votive domestiche?

“Le statuette votive domestiche sono espressione di fede e di culto. Un tempo venivano esposte sui cassettoni, sui comò, sui canterani delle camere da letto, sulle alzate o sulle angoliere delle cucine, soprattutto nelle campagne, ma anche nelle abitazioni delle famiglie di paese e di città. Tramandate, nel corso del tempo, dalle varie generazioni delle famiglie a cui appartenevano, queste opere frutto di varie forme dell’artigianato locale, a volte pregiato ed altre volte più popolare, costituiscono una particolare espressione del variegato patrimonio culturale del territorio meridionale. I Bambinelli, le piccole Madonne, le figure di santi ed i presepi, protetti da campane di vetro e da scarabattole (armadi-vetrina), erano espressione popolare di fede e di culto privato, legati ad una sua precisa ritualità dei vari momenti della giornata e all’intima devozione degli abitanti della casa”.

Come si sviluppa l’usanza di conservare i primi fragili oggetti?

“L’usanza di conservare in contenitori di vetro i delicati e preziosi soprammobili – per difenderli dalla polvere, dagli insetti e dagli urti – si affermò già nel ‘700, quando si prese a coprire con cupole di vetro soffiato – le cosiddette campane – orologi, figurine di porcellana, composizioni floreali a perline di vetro o corallo, uccellini impagliati, bambole, automi meccanici e quant’altro collezionato, ornava consolle, tavolini, troumon, cassettoni, settimini, etagère, scrivanie e angoliere. Il compito era custodire, preservare,  contemplare ed esaltare l’arte raffinata, come anche la produzione artigiana di pregio o le riproduzioni dì flora e fauna e catturare il perenne ticchettio del tempo scandito dagli orologi e dai loro carillon.  Inghilterra, Germania e Francia furono i maggiori centri, dove erano  riscontrabili esempi di grande finezza. La produzione francese, in particolare, nei secoli XVIII e XX, esalta un momento importante della storia dell’orologeria: tra gli anni compresi fra il Direttorio e la Restaurazione”.

Come si diffonde l’ arte della campana di vetro?

“La completa visibilità della campana ne favorì la diffusione, cosicché essa sostituì, dicevamo, le teche, le scarabattole e gli altri contenitori prismatici in cristallo e legno. Il vetro con cui era realizzata, quasi sempre bianco e cristallino, alcune volte ha presentato colorazioni uniformi in rosa, verde ed azzurrino. I fumisti, soffiatori muranesi, chiamavano la campana, in gergo, coperta (o coèrta). La sua base veniva quasi sempre realizzata in legno verniciato di nero con, sul piano di posa, una scanalatura atta all’inserimento della cupola. Le dimensioni delle campane, vuoi tonde che ovali, sono state varie: da un minimo di 16 cm ad un massimo di 101 cm d’altezza, con diametro in conformità con essa ed entrambi con la stabilità; ma la più grande, segnalata nella rivista La Voce di Murano del 1876, n.11, pag. 43, misurava 175 cm di altezza e 60 cm di diametro e fu eseguita nel Massachusetts da emigrati italiani giunti dal Veneto”.

Come si afferma in Italia?

“Nell’Italia meridionale e, in modo particolare, in Puglia, Campania, Basilicata e Sicilia, fu consuetudine che, nelle declinazioni popolari, assumesse le articolazioni del linguaggio figurativo, per dar corpo a sentimenti di devozione e di fede, nonché all’esigenza di tramandare memorie e ricordi di affetti e tradizioni. Ad onta del silenzio che le ha circondate, le campane – in particolare quelle dei santi – divengono oggetti ricchi di fascino, che aprono spiragli nei campi di ricerca: nella storia dell’ arte popolare, nelle espressioni del sentimento religioso delle masse, nella stessa storia dei luoghi, per la capacità di fornire elementi di ricostruzione della vita quotidiana di un passato non poi così remoto. Oggetto di devozione molto diffuso tra la gente del Sud fino alla metà del secolo scorso, la campana di vetro con statue di Santi, di Madonne e di altre figure sacre, oltre a custodire, preservare ed offrire alla contemplazione, acquista sacralità ed assicura protezione, rifugio e conforto. Artisti, cartapestai, intagliatori e ricamatrici hanno profuso tesori di sapienza artigianale, dando prova di una creatività inesauribile, che talvolta liberava l’immaginario più soggettivo, pur restando nella rigorosa fedeltà ai canoni dell’ iconografia religiosa ufficiale”.

Quali emozioni regalavano ai fedeli?

“Le campane regalavano, specialmente, ai fanciulli momenti di strana magia e di sogni esaltanti: sacri personaggi che facevano galoppare la fantasia, come l’Arcangelo Michele con la sua spada sguainata e il malefico dragone sotto il piede. Il passato è la nostra storia, anche quando il percorso è l’espressione popolare di fede e di culto, eloquente testimonianza di cultura. Quasi sempre l’immagine sacra – realizzata in cera, cartapesta, terracotta, gesso, tessuto ricamato, legno scolpito e dipinto, alabastro (San Michele), alta dai 60 ai 90 centimetri – si teneva al centro del piano superiore del comò, sulle alzate o sulle angoliere delle cucine, soprattutto nelle abitazioni di campagna, ma anche in quelle di paese e di città. Gli abiti e gli ornamenti rispettavano in miniatura, ma con fedeltà, le caratteristiche delle statue a grandezza naturale. Le figure di Gesù Bambino, in particolare, erano deposte in culle corredate da soffici cuscini di seta e si custodivano, oltreché, in campane ovali e nelle famose scarabattole o carabattole: una base di legno sulla quale si posizionava una cassetta di vetro a forma di parallelepipedo”.

A Napoli quando si diffusero?

“Le statuine di casa, le immagini votive, questi oggetti di devozione, si diffusero a Napoli nella prima metà del ‘700, durante il regno di Carlo di Borbone. Inizialmente erano dei manichini vestiti con stoffe pregiate, provenienti dal setificio di San Leucio presso la reggia di Caserta. Si diffusero, probabilmente, dalla seconda metà degli anni venti del Settecento fino al terzo decennio del Novecento, nella Terra d’Otranto, in particolare a Lecce, dove l’arte  della cartapesta si mise al servizio di queste opere sacre. Il momento culminante si registrò nell’Ottocento. Emblematica è certamente la presenza del culto mariano e la consequenziale scelta dell’icona della Madonna sotto i diversi titoli. L’immagine sacra più frequente era quella della Madonna Addolorata, non meno diffusa di quella del Carmine e dei Santi, come San Francesco, Sant’Antonio, San Ciro, San Giuseppe, Sant’Anna, San Nicola, San Michele e l’Angelo Custode. Le suore di clausura, con la loro paziente ed abile maestria, confezionavano minuziosamente gli abiti in stoffa”.

Chi erano normalmente i detentori di questi manufatti?

“I piccoli capolavori di statuaria sacra, facevano parte degli oggetti, costituenti gli arredi, che gli sposi novelli acquistavano dopo il matrimonio. Certo, il costo era alquanto superiore  rispetto   ai   due consueti quadri che si appendevano al capezzale del letto matrimoniale. Spesso però, come la biancheria ed i mobili, al pari dei quadri, anche le statuine sotto la campana venivano donate dai nonni, come simbolo della loro fede contadina, in segno di continuità ed erano presenti in ogni dimora. La vita di tutti i giorni, contrassegnata da stenti, difficoltà, momenti di sconforto, portava tutta la famiglia a rivolgere anche solo uno sguardo fuggevole a quella statuetta per ritrovare suggerimenti e forza per andare avanti. Quindi, queste statuine generavano non solo raccoglimento, ma anche tanta riflessione, allo stesso modo delle antiche divinità tutelari del focolare domestico. La famiglia devota nascondeva sotto l’abito del santo l’icona ricamata o dipinta di un altro santo o di una Madonna, per scongiurare il pericolo che quel Santo o Madonna potessero offendersi per non averli riposti sotto la campana. Comparivano, spesso, anche corone di fiori artificiali. Il simulacro in campana testimoniava una autentica espressione di fede, un punto di riferimento, un sicuro protettore, vigile ed attento, di una famiglia che si rimetteva al santo, al suo sguardo”.