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Nel tardi pomeriggio del 30 settembre del 1899 partirono da Sant’Anastasia cinque carri per partecipare alla prima edizione della Piedigrotta a Somma. Quando si seppe che i carri in arrivo erano tutti di Sant’Anastasia, successe la solita e incredibile rissa tra i sommesi e gli anastasiani.

  

Sai, a Somma vi saranno delle feste classiche ! Davvero !

Vi saranno canti, canzoni e canzonette ! Bene !

Vi saranno carri, carrette e carrettini ! Meglio ancora !

Vi sarà Piedigrotta in tutta regola !

 

La Piedigrotta sommese nacque, precisamente, la sera del 20 agosto del 1899 durante una modesta riunione tenuta nell’aula consiliare della Municipalità di Somma e promossa dal sindaco dell’epoca, Marchese Camillo De Curtis, per promuovere i festeggiamenti in onore del Santo Patrono. Il risultato, dopo la riunione, fu un entusiasmo generale, che vide i componenti tramutarsi subito in mastri di festa. San Gennaro Martire, infatti, era, già, patrono di Somma dal 1809, ma prima ancora altri protettori si erano avvicendati nella storia millenaria della città. L’idea di una Piedigrotta alla napoletana in città, che colpì tutti i giovani consiglieri dell’epoca, sorse dalla necessità di voler dimostrare di essere gente nuova, fatta per cose nuove e non per le solite luminarie, mortaretti e processione. Come primo lavoro si fece un esatto censimento dei villeggianti per favorire la raccolta delle offerte. A Somma trascorrevano la loro villeggiatura circa un centinaio di famiglie benestanti, come riferisce lo storico Giorgio Cocozza. Alla presidenza del comitato della festa di Piedigrotta vi fu, infatti, un villeggiante napoletano: il cav. Alberto Barbati.  Furono intere giornate trascorse al sole e all’acqua a girare in lungo e in largo la campagna, la città, la montagna, dall’ Ammendolara a Cicinielli, da Caprabianca a Reviglione, da Zoppicone a Musciabuono, da Seggiari a Verticilli e così via. Grazie all’attivismo e al concorso dei briosi villeggianti, le edizioni della “Piedigrotta a Somma” ebbero grande risonanza a Napoli e nelle cittadine della fascia vesuviana. Il 30 settembre del 1899 i cittadini di Somma si meravigliarono di vedere una grotta allestita presso il campanile di San Domenico e tanti carri, artisticamente addobbati sfilare per il loro paese. Come a Napoli, ci fu un’esplosione di talenti che si espressero in vernacolo con le loro canzonette composte per l’occasione. Si ascoltavano i brillanti versi di C. Torelli, di Luigi Ruggi d’ Aragona, Achille Capasso, Mario Giobbe, Carlo Monti, Giovanni Bonucci e dello stesso Cav. Barbati. Le note musicali del prof. Natalino Pellegrino (1857 – 1928) cercarono di esaltare episodi di vita, di costume e di gusto legati alla vita cittadina. Non mancarono in piazza Trivio numerosi concerti alla presenza della civica banda musicale di Napoli. Insomma, allegria dappertutto. Il tentativo, però, finì nel vuoto: la festa – con carri, suoni, lampioni, cavalcate e canzoni – sarebbe durata solo due anni. Fu fatto un tentativo nel 1901, ma non si realizzò, come si evince da uno schizzo dell’arch. Waldimiro del Giudice (vedi foto).

 Nel tardi pomeriggio del 30 settembre del 1899 avvenne un fatto eclatante, che merita di essere ricordato. Da Sant’Anastasia partirono cinque carri per partecipare alla prima edizione. Cosimo Scippa, storico anastasiano, nella sua opera Municipalità del 1990, ci narra un episodio che al di là del solito campanilismo cittadino tra i due paesi, mise in risalto anche l’eccezionale bravura degli artigiani anastasiani, come ci riferisce l’appassionato  cultore anastasiano Lello Sodano. I carri furono così disposti e preparati in questo modo: il carro de I mestieranti, con Giuseppe Abete, Francesco De Simone, Antonio Esposito, C. Gifuni e A. Maione, rappresentava i quattro mestieri per eccellenza e cioè il ramaio, il falegname, il muratore e il trasportatore; il carro de I  contadini, con Antonio Terracciano, Gioacchino Esposito, Salvatore Fornaro e Ciro Maione, simboleggiava la dura fatica dei campi e la pregiatissima frutta stagionale locale; il carro della Famiglia De Rosa, con Domenico Pellegrino, Ciro Sodano, Nicola Sodano, Domenico Auriemma, esaltava in miniatura la chiesa madre di Sant’Anastasia e le zone adiacenti; il carro L’ombrello, con Carmine Manfellotti, Tommaso De Simone, Francesco Maiello e G. Cannavacciuolo, rappresentava un grande ombrello aperto rivestito di ori multicolori; infine, l’aristocratico carro La flora della famiglia Viola, trainato da tre cavalli, era illuminato da 19 lampioncini di carta tricolore a figure geometriche e da numerose candele steariche opportunamente racchiuse in veli bianchi, il tutto dall’effetto sorprendente. Sul carro in prima fila erano disposti dieci musicisti e due cantanti che, nella sfilata, cantavano uocchi chiari. In seconda fila, seduti vi erano: il Signor Alfredo Viola e la marchesa De Felice, il Cav. Ispettore Antonio Astuti delle Regie Poste di Napoli, il Cav. Antonio Gallo del Ministero dell’ Interno, il Cav. Giovanni Falco del Ministero delle Finanze. La cena, consumata sul carro, fu a base di pasticci imbottiti di carne, prosciutti, pizza dolce e vino champagne di casa Viola, come riferisce lo storico Scippa. Questo carro, in particolare, era completamente circondato e accompagnato da migliaia di anastasiani, notoriamente prevenuti nei confronti dei sommesi. La gioia fu immensa quando il sindaco De Curtis salì sul carro, partecipando all’allegria generale. Diversi carri, però, non riuscirono a raggiungere Piazza Trivio a Somma per le condizioni pietose della strada e, quando si seppe che i carri in arrivo erano tutti di Sant’Anastasia, successe la solita e incredibile rissa tra gli assalitori sommesi e i difensori anastasiani. Scontri e risse, all’epoca, che affondavano le proprie radici nella notte dei tempi. Purtroppo, nel parapiglia generale, ci scappò addirittura un morto, estraneo ai contendenti perché era un venditore di fichi d’India di Resina. Dell’omicidio furono incolpati tre anastasiani, che dopo pochi giorni di prigione, furono rilasciati, non essendo emerse prove concrete d’accusa nei loro confronti.