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La personalità poetica di Emilio Merone nel ricordo del compianto prof. Enrico Di Lorenzo

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In occasione del trigesimo della morte del prof. Enrico Di Lorenzo – che si svolgerà il giorno 8 settembre nella parrocchia di Santa Croce in S. M. del Pozzo alle ore 17:00 – ho voluto serbare memoria dell’illustre professore anastasiano Emilio Merone, filologo, letterato, grammatico e poeta in versi latini.

 

Della personalità poetica e scientifica di Emilio Merone molto è stato scritto in diversi convegni e studi. Ma più di tutti è stato il compianto prof. Enrico Di Lorenzo (1938 – 2020) a rendergli omaggio nelle sue opere.

Nato a Sant’Anastasia il 2 agosto del 1916 e ivi morto il 4 maggio del 1975, Emilio Merone, docente di latino e greco, svolse il suo insegnamento prima nei licei classici statali e poi alla scuola militare della Nunziatella di Napoli tra il 1940 e il 1970; successivamente dal 1956, libero docente di grammatica greca e latina, ricoprì l’insegnamento di grammatica latina e di letteratura latina per un quindicennio, tra il 1958 e il 1973, al Magistero Pareggiato Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ancora oggi tante persone ricordano la profonda cultura classica e la sua grande umanità. Tanti studenti di lettere, giovani laureati, docenti precari, nel corso della loro carriera, hanno incontrato nel loro percorso scolastico il valente umanista vesuviano, apprezzandone la signorilità, la grande nobiltà d’animo e la profonda cultura, come afferma il compianto prof. Enrico Di Lorenzo. Il Merone produsse numerosi lavori scientifici sui poeti greci e latini, come Archiloco, Museo, Virgilio, Persio, Calpurnio Siculo, in cui rivalutò l’autonomia della grammatica, come scienza, valorizzando la funzione stlistica e la caratura espressiva della parola o del sintagma preso in esame.  L’ amore di Merone per la Musa latina, iniziò nel 1942, durando ininterrottamente per quasi un trentennio fino al 1970: fu una passione costante e prolifica, nata spontaneamente, come un gioco. Numerosi sono gli appassionati di poesia latina, in Italia e all’estero, che ebbero modo di conoscerlo e apprezzare le diverse raccolte di versi latini, come Helenor, Nugae del 1942, Aprici flores, Carmina del 1950, Hendecasyllabi del 1955, Munuscula Musae del 1959, Flores et Frondes del 1966, Insula Aenaria del 1970. Son raccolte queste – spiega Di Lorenzo – che si leggono con piacere per la semplicità lessicale e, soprattutto, per l’utilizzo dell’endecasillabo rispetto all’esametro. Oltretutto la loro brevità, l’emozione delle piccole cose, l’amore della sua terra natale, lo sfogo degli affetti familiari, la predilezione dei paesaggi campani e vesuviani, la contemplazione di momenti dolci della natura, fanno di queste opere un’ isola di genuinità e di spontaneità linguistica e stilistica. Ma vi sono anche tante altre poesie di Merone, anche esse importanti, dove i motivi di ispirazione, come episodi di vita, rievocazione di amici, piccoli temi della quotidianità, ci presentano un poeta più intimo, in cui appare amante della quiete e della pace domestica. Tra le diverse liriche del Merone spicca la silloge Die Pascali, in cui canta in prevalenza la propria terra e gli affetti familiari. E’ la lirica che evoca la festa del Lunedì in Albis, nota meglio come la festa dei battenti al Santuario della Madonna dell’ Arco a Sant’Anastasia. Il componimento fu composto il lunedì dopo la Pasqua del 1963 ed è un canto ricco di sincero sentimento religioso, che affonda le sue radici nella tradizionale festa popolare: Fideles hodie, velut quotannis,/ currunt, per vias frequentes/ Virginemque petunt beatam ab Arcu:/ e stanno tuba personat precesque/ mixtae cum sonitu polum pererrant:/ hic illic aperit caput viator/ videns effigiem sacram Mariae./ Ad nutum ducis ordines moventur,/- parentes pueros ferunt in armis – /ornant fasciolae colore rubrae/ caelestesve habitus fere niventes./ Vulgus dividuum receptat omnem / maniplum calidi fragore plausus,/ donec quisque fidelis intrat aedem/ sonantem precibus paremque ponto/ undanti celeris noti sub ala (Traduzione del prof. Enrico Di Lorenzo: Oggi, come ogni anno, i fedeli corrono per le vie affollate e implorano la Vergine beata dell’Arco: la trombetta di stagno riecheggia forte e le preghiere miste al suono errano qua e là: il viandante vedendo l’effigie sacra di Maria si scopre il capo. Al cenno del comandante le schiere si muovono – i genitori portano i figli in armi -; li ornano di fasce di rosso e di azzurro e abiti del tutto bianchi. Il popolo diviso accoglie tutto il manipolo con il fragore di un caldo applauso, mentre ogni fedele entra nel santuario che risuona di preghiere, ed è simile al mare che ondeggia sotto l’ala del celere Noto). Si può concludere –  afferma il Di Lorenzo – con il giudizio del filologo classico Francesco Sbordone (1911 – 1983), che nella prefazione alla raccolta Leves Camenae, così scrive del Merone: Il suo orizzonte poetico, prevalentemente ancorato al golfo che va dal Vesuvio a Mergellina, è quello tradizionale degli umanisti partenopei, ma l’anima ch’egli ha saputo trasfondervi è tutta moderna, tutta sua.