Se i giovani e l’Italia verranno salvati dal ritorno all’agricoltura, mi è consentito immaginare che il Somma si copra di nuovo di meleti e di castagneti, che un tempo fornivano un sostanzioso contributo all’economia di Ottajano: ma è necessario che la mente e il cuore degli Ottajanesi si aprano di nuovo al culto della Montagna.
Chiedo scusa per un articolo che sembra “’na ‘nsalata”: vorrei parlare di molte cose, ma le immagini drammatiche del terremoto tolgono quarti sostanziosi di senso a tutti i discorsi su progetti e programmi e mettono in moto quella categoria della “precarietà” che sta al centro dell’intelletto “vesuviano”. Mi chiedono, ancora una volta, notizie sul quadro che correda questo pezzo. Il 10 novembre 1776 si celebrarono nel Palazzo Medici di Ottajano le nozze tra Sigismondo Chigi, capo della famiglia dei banchieri venuti a Roma da Siena – quei Chigi là, insomma, quelli di Palazzo Chigi – e Maria Giovanna, sorella di Giuseppe III Medici, principe di Ottajano, e del cavalier Luigi. Il quadro rappresenta la scena degli addii dopo il matrimonio: in primo piano, Giuseppe III e la moglie Vincenza Caracciolo salutano gli sposi in partenza per Roma con il corteo di servi, muli e bagagli. Il dipinto, che il principe ha donato alla sorella, le ricorderà il maestoso palazzo di famiglia e la solenne mole della Montagna che domina i vigneti e i castagneti della Scavola e del quartiere Ponte. Quando, intorno al 1950, una parte della collezione Chigi venne messa in vendita, il quadro venne comprato da Mario Praz, il più grande anglista italiano, che era un appassionato collezionista di opere d’arte in stile Biedermeier, lo stile che privilegia il tema degli interni e le scene di vita famigliare. Praz attribuì l’opera a Pietro Fabris, mentre Nicola Spinosa e la Causa Picone fecero il nome di Jacques Volaire, sia per il particolare impasto dei colori, sia perché il fatto di cronaca viene inquadrato nella maestà metafisica della Montagna, da cui il pittore francese fu soggiogato, come dimostrano tutti i suoi quadri “vesuviani”. Mi fa piacere ricordare che alle spese per il matrimonio di Maria Giovanna, e dunque anche all’ingaggio del pittore, gli Ottajanesi contribuirono con un sostanzioso donativo, non so quanto spontaneo, di 800 ducati.
Mi dicono cose mirabili sul restauro a cui è stato sottoposto un piano del Palazzo, e mi dicono anche che i lavori in corso potrebbero creare seri ostacoli ad un allestimento dei Mercatini di Natale che sia degno del luogo e della fama che l’evento ha già meritato. Non faccio parte della Pro Loco, penso che la sua attività non dovrebbe concentrarsi solo su due manifestazioni all’anno, e che sarebbe giusto collocare banchi e postazioni dei Mercatini oltre che nel Palazzo anche nel centro storico, nei cortili e nelle “cortine” che si aprono sulla strada della Terra Vecchia: tra l’altro, si consentirebbe a qualche politico di variare la scenografia dei suoi immancabili selfie. Ma sarebbe ingeneroso non sottolineare il fatto che i giovani della Pro Loco si muovono, si impegnano, organizzano, costruiscono: è non è cosa da poco, nella calma quasi piatta in cui giace il Centro Abitato (?) di Ottaviano.
Fatta questa premessa, dico al Presidente dell’ Ente Parco Nazionale del Vesuvio che una edizione “ arremediata”, ridotta e raffazzonata, dei Mercatini sarebbe un altro “papagno” in faccia alla nostra città, sulla cui immagine un film-inchiesta, che un canale di Sky da qualche settimana trasmette quasi ogni giorno, ha già impresso i segni violacei di umilianti schiaffoni. Il dott. Agostino Casillo certamente non ignora cosa accadde qualche anno fa, sotto la presidenza del prof. Leone, quando l’Ente Parco prima concesse il “via libera” per una cronoscalata di automobili, poi, qualche ora prima dell’inizio della gara, accese il semaforo rosso. Ma sono certo che il Presidente troverà una soluzione soddisfacente ai problemi e il modo più rapido per sciogliere i nodi.
Il matrimonio Chigi- Medici si celebrò, grazie al permesso della Curia nolana, nel Palazzo. Dopo la messa, il convito. Mentre gli invitati importanti pranzavano nelle sale del primo piano, lungo la strada tra il Palazzo e Piazza San Michele vennero allestiti, per il “popolo minuto”, banchi su cui erano disposti in “grande copia pasticci di carne, maccheroni, minestre, dolci”, cesti colmi di castagne – le castagne, simbolo di felicità e di fecondità –e, ovviamente, boccali pieni di vino: le guardie del principe controllavano che non ci fossero né eccessi, né disordini. Le castagne di Ottajano erano considerate ancora a metà del ‘900 tra le più gustose della Campania: in una pubblicazione del 1930 G. Buonaiuto accomunava in un solo entusiastico elogio gli ulivi, le castagne e i “marroni” ottajanesi, intendendo per castagne le selvatiche, e per “marroni” quelle prodotte dagli alberi affidati alla cura dei contadini. Per secoli la produzione di mele e di castagne costituì una parte importante dell’economia di Ottajano. Durante la prima grave crisi economica dell’ Italia unita, tra il 1867 e il 1872, – la crisi della “tassa sul macinato” –, il sindaco Giuseppe Bifulco comunicò in via riservata al Sottoprefetto Righetti che anche a Ottajano la situazione era grave, soprattutto per l’ “incarimento” del prezzo del pane: ma gli Ottajanesi non si agitavano troppo, grazie agli abbondanti “ricolti” di olive, di castagne, di mele e di uva. La raccolta delle castagne influì sui comportamenti sociali: c’è chi ricorda ancora le donne e i ragazzi che di primo mattino salivano alle selve montane, per cercarvi il “pane dei poveri”, e ne scendevano a sera portando a fatica “mappate” con il prezioso frutto: perché le castagne sono un frutto, anche se il Ministero dell’ Agricoltura ha decretato che non lo sono. Ma questa è un’altra storia.
E’ nota la storia di Ida Adinolfi, la ventenne imprenditrice di Montecorvino Rovella, che fornisce insalata biologica alla McDonald’s. Dai salotti televisivi sentenziano i soloni che il ritorno all’agricoltura salverà l’ economia italiana dal disastro e i giovani dalla disoccupazione a vita. Un sogno: corsi di tecniche agrarie per i ragazzi ottajanesi, l’istituzione nel Palazzo Medici di un Museo, serio, documentato, dei mestieri vesuviani, e, sul Somma, boschi di meli e selve di castagni, sia “nuovi” che “recuperati”.
Ma è necessario, prima di tutto, riaprire la mente e il cuore degli Ottajanesi al culto della Montagna, che stanno trascurando da decenni. Cosa pensano di fare la politica, le scuole, l’Ente Parco?








