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La “leggera” amarezza di “Monsieur Lazhar”, film di Philippe Falardeau.

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“Una classe è un luogo di amicizia, di lavoro, di cortesia”, questo è lo spirito che guida Bachir Lazhar, perfetto gentiluomo e insegnante che tutti vorrebbero avere; il risultato è una pellicola sorprendente, in cui nulla è dato per scontato.

Sulla scia di “Detachement”, si sviluppa delicatamente la trama di “Monsieur Lazhar”, la pluripremiata pellicola diretta da Philippe Falardeau.
“Monsieur Lazhar” racconta la storia di una classe di scuola media di Montreal scossa dal brutale suicidio della sua adorata insegnante, Martine.  Bachir Lazhar, un immigrato algerino cinquantenne, offre alla scuola i suoi servizi come supplente e viene rapidamente assunto. Mentre aiuta i bambini a “guarire” e a convivere con la perdita, egli impara anche ad accettare il proprio passato doloroso e a sopportare i ricordi legati a quel Paese che gli ha strappato drammaticamente moglie e figli.
Il percorso di Lazhar non è assolutamente semplice, non deve solo fare i conti con una cultura diversa dalla sua e con un francese più sviluppato rispetto a quello parlato in Algeria, ma deve anche stare attento al modo con cui vive il suo rapporto con gli studenti: le regole imposte agli insegnanti dal sistema canadese sono alquanto rigide, la minima “trasgressione” non passa inosservata.
Montreal non certo è Algeri, è una città apparentemente aperta all’integrazione e al dialogo con culture differenti, ma cela un sistema legale terribilmente rigido, pronto a minare e comprimere l’immunità e la tutela dei diritti dei suoi cittadini. Malgrado ciò, “Monsieur Lazhar” ha qualcosa di cui qualsiasi film che si ambienti in un quadro politico-sociale difficile ha bisogno: un cuore. Il “cuore” è proprio Bachir Lazhar, un superbo insegnante, nonché un uomo cortese ed estremamente comprensivo, il quale cerca di placare i sentimenti di confusione e di rimorso suscitati nei suoi giovani alunni dall’assurdo gesto compiuto da Martine, proprio in quella classe in cui ci si ritrova, ogni giorno, a fare lezione.
Inoltre, Falardieu pone domande difficili, di cui la più scomoda è: come sarà possibile ai docenti inculcare norme di comportamento civile se le loro mani sono legate?. Attraverso l’analisi necessaria per dare risposte si disegna un quadro preciso del sistema educativo del Canada.
Gli insegnanti, oramai sfiduciati e poco stimolati dal loro mestiere, si trovano a dover trattare gli alunni come “rifiuti radioattivi”, mantenendo un distacco assoluto e trattando temi cruciali (come, appunto, quello del suicidio) in maniera superficiale e poco efficace. Questo sembra essere, tra le altre cose, il sintomo di una incapacità di comunicazione reciproca tra insegnanti e genitori: da qui la paralisi del sistema scolastico, l’impossibilità di avviare qualsiasi processo educativo. .
Falardeau, nonostante il “peso” delle domande e degli argomenti , dirige il film con una grazia senza fronzoli, di cui sono “complici” preziosi la brillante e luminosa fotografia e lo stile minimalista del disegno degli ambienti (stile che ricorda chiaramente la semplicità scenografica di Ruben Ostlund).
Più di ogni altro film sulla vita della scuola dell’obbligo “Monsieur Lazhar”  descrive magistralmente l’intensità e la fragilità dei legami che il “luogo” concreto della lezione costituisce tra alunni e docenti: l’intensità è data dai valori del cuore e dell’intelletto, la fragilità nasce dalla diffidenza degli altri.

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