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Dopo la peste del 1656, un’altra tremenda calamità colpì duramente le provincie napoletane nel 1764.  Nell’autunno del 1763 iniziò a propagarsi una forte carestia dovuta al cattivo raccolto. Seguì una mortale epidemia che, tra l’aprile e l’ottobre del 1764, seminò tanto lutto ovunque.

 

La scomparsa dei cereali dai mercati del Regno fece aumentare, progressivamente, il prezzo del grano. Il pane, inoltre, non solo si presentava scarso e di pessimo gusto per la nociva qualità dei grani, ma anche costosissimo per le imposture dei venditori e dei fornai. La carestia raggiunse la massima intensità nell’aprile del 1764, mentre successivamente una generale epidemia lunga sette mesi, colpì in particolar modo la povera gente, che era stata provata dalla penuria alimentare. Le cause dell’epidemia furono la fame, il vitto cattivo e i numerosi mendicanti, che da diverse località si recavano nella capitale in cerca di cibo per sopravvivere. 

Alle prime avvisaglie dell’insorgente carestia nel 1763, il Vescovo di Nola, Mons. Troiano Caracciolo del Sole (1685 – 1764), uomo di grande pietà e carità, incominciò ad affrontare con meticolosità il serio problema. Per prima cosa, ordinò al parroco della cattedrale, ai vicari foranei e agli altri parroci della diocesi di potenziare i soccorsi distribuendo a quanti ne avevano bisogno grano, farina, cereali e quant’altro era stato precedentemente comprato; successivamente, ottenne dal Re di Napoli il decreto con il quale si ordinava agli amministratori di tutte le Opere Pie della Diocesi di devolvere, per l’anno 1764, in soccorso dei poveri tutte le rendite esuberanti, cioè l’avanzo di gestioni. Furono numerosi gli atti di carità che monsignor Caracciolo compì in quell’epoca triste; ma, mentre la carestia stava mietendo il maggior numero di vittime, la sua anima volò in cielo il 16 febbraio di quell’anno. 

Ad Ottajano, la penuria del pane diede luogo a gravi tumulti popolari che il feudatario, principe Michele de Medici (1763 – 1770), sedò prontamente, riuscendo sia a razionare quel poco che i fornai quotidianamente riuscivano a produrre e sia assicurando a ciascuno la naturale razione possibile. A Sant’Anastasia, casale della Terra di Somma, i morti furono addirittura settecento. Dopo che le fosse della parrocchia vecchia furono riempite, si costruì un camposanto dirimpetto al crocifisso di D. Andrea Manna, a via Mezzana. I poveri andavano pascendo erbe per le siepi come animali, ed il pane arrivava ad once otto e grana quattro. Nella città di Marigliano, gli Eletti dell’Università imposero una tassa ai bonatenenti, utilizzata poi per la compera di grano ad uso della popolazione. Ma i pubblici amministratori, invece di aiutare i propri cittadini, vendettero la gran quantità di vettovaglie alle città esterne, alimentando un forte mercato nero e gettando nella fame il loro popolo. Anche gli agricoltori acerrani, i più venali, praticarono il commercio illegale delle derrate. Il conte di Acerra Ferdinando III de Cardenas, affinché non venisse sottratto cibo ai propri cittadini, ordinò lo sfratto ai forestieri immigrati da poco tempo in città. A Somma, invece, da alcune attestazioni, riportate nel registro dei morti della Chiesa parrocchiale di San Giorgio Martire, si ricava che il 19 maggio del 1764 tale Giovanni Casoria fu trovato morto dalla fame e venne seppellito nella chiesa di Tutti i Santi. Il 24 maggio successivo, Antonia Esposito, povera, fu ritrovata morta dalla fame e senza sacramenti e seppellita in aperta campagna. Nell’anno della carestia e della successiva epidemia il numero complessivo dei decessi nelle parrocchie di San Michele Arcangelo, San Pietro e Santa Croce fu di 355 unità di cui 182 maschi e 153 femmine. La decomposizione di tanti cadaveri e l’inquinamento dell’aria nei luoghi sacri pose il Governo Centrale di fronte ad un serio problema d’igiene e di sanità pubblica. A tal riguardo Re Ferdinando ordinò che ogni Università avesse un proprio camposanto in aperta campagna ad un miglio e mezzo lontano dal centro abitato ed ivi fossero seppelliti i cadaveri e coperti, poi, con calce. L’Università di Somma ultimò il suo camposanto, che non era quello attuale del 1839, verso la fine di luglio. Dal primo agosto del 1764 vi si incominciarono a seppellire i morti. Questo camposanto non sappiamo dove fosse ubicato originariamente; lo storico Giorgio Cocozza – prima della sua morte – ipotizzò che detta struttura doveva sorgere sull’area contigua al muraglione dell’attuale cimitero in posizione nord – orientale. Tale ipotesi, continua Cocozza – era suffragata dal fatto che durante il colera del 1836 fu restaurato un preesistente camposanto, ubicato nella suddetta area e denominato cimitero dei colerosi. Quello stesso cimitero che avrebbe, poi, accolto le sei salme dei presunti briganti sommesi nel 1861.