“La caponatina “ di melanzane e la “sicilianità “ del commissario Salvo Montalbano

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In memoria di Andrea Camilleri.  Il cognome “Montalbano” è un omaggio a Vàzquez Montalbàn, lo scrittore spagnolo che creò l’investigatore Pepe Carvalho.  Pepe e Salvo amano la “buona tavola”. I piatti “siciliani” preferiti dal commissario servivano a Camilleri per inserire nella lingua siciliana dei suoi romanzi i termini della civiltà contadina e per ancorare le vicende dei personaggi alla storia dell’isola,  mutevole nella superficie, ma immutabile e sempre uguale a sé stessa nelle sue profondità.

 

Ingredienti: 500 ml. di passata di pomodoro al basilico; 200 g di olive bianche snocciolate; 2 gambi di sedano a tocchetti; 50 g di capperi; 3 melanzane; 3 cucchiai di aceto;3 cucchiai di zucchero; olio extravergine di oliva. Tagliate le melanzane a dadini e friggetele dopo averle tenute per più di un’ora in acqua e sale. A parte fate rosolare in un capiente tegame con poco olio le olive snocciolate, i capperi ed il sedano già bollito in acqua per una decina di minuti per intenerirlo. Aggiungete la salsa di pomodoro, l’aceto, lo zucchero e amalgamate bene. Versate nel tegame anche le melanzane e lasciatele insaporire per qualche minuto nel sugo a fuoco bassissimo, scuotendo di tanto in tanto il tegame per non farle attaccare al fondo. Trasferite la caponata nel piatto di portata e servitela  ben fredda, anche il giorno dopo.( dal sito: mangiarebene).

La “caponatina” di melanzane, uno dei “piatti” graditi dal suo commissario, Camilleri la descrive nel romanzo “ La gita a Tindari” come “colorita” e “sciavurosa”, cioè profumata, e capace di indurre Salvo Montalbano a cantare le prime note della marcia trionfale dell’ “Aida”, quando, aperto il frigorifero, vede il “piatto” preparato da Adelina. Varie sono le ragioni che spinsero lo scrittore siciliano a fare del suo più importante personaggio un “goloso”. Prima di tutto, il desiderio di rendere omaggio a Vàzquez Montalbàn e a Pepe Carvalho, l’investigatore creato dallo scrittore spagnolo. Ma l’ammirazione dichiarata anche nel cognome di Salvo – non bisogna dimenticare però che Montalbano è cognome diffuso in Sicilia – non impedisce a Camilleri di sottolineare le sostanziali differenze tra il commissario di Vigata e Pepe il barcellonese. Pepe svolge il suo mestiere in una Spagna che non riesce ancora a liberarsi del tutto dall’eredità del franchismo, è il “fidanzato” di Charo, che di mestiere fa la prostituta, è un cuoco di raffinata tecnica; Salvo è sostanzialmente fedele alla sua compagna che vive in Liguria,  non sa cucinare, ma divora con avidità i piatti di Adelina e delle trattorie di Vigata, e, come tutti i protagonisti dei “gialli”, spera, ora con forza, ora nell’ombra di qualche dubbio, che la verità e la giustizia  alla fine occupino lo spazio più importante nella storia degli uomini. Lo aveva scritto, in “Breve storia del romanzo poliziesco”, Leonardo Sciascia, ammirato da Camilleri, e citato più volte anche da Vàzquez Montalbàn: “in un certo senso il romanzo poliziesco presuppone una metafisica, l’esistenza di Dio, della grazia, di un mondo al di là del fisico. L’incorruttibilità, l’infallibilità dell’investigatore, il suo ascetismo, il fatto che non rappresenta la legge ufficiale ma la legge in assoluto, la sua capacità di leggere il delitto nel cuore umano oltre che nelle cose, cioè negli indizi, lo investono di metafisica luce». E la passione per il cibo fa sì che Pepe Carvalho e Salvo Montalbano non vengano trasformati da questa luce metafisica in personaggi astratti, ma restino saldamente ancorati alla realtà della vita quotidiana. Dai lacci di questa realtà Salvo cerca di liberarsi almeno quando sta a tavola: infatti, mentre si confronta con il cibo, e per tutta la durata del pranzo, non parla, e non consente che gli si rivolga la parola. Il silenzio e la concentrazione assoluta sui sapori e sui “profumi” dei “piatti” gli permettono di “sentire” concretamente i valori e la sostanza della “sicilianità” e, dunque, anche di scoprire, per illuminazioni improvvise, le segrete vie che portano ai pensieri e ai sentimenti degli indagati, dei sospettati, dei testimoni: la “sicilianità” è un mondo solido e compatto. Come ha scritto Stefania Campo, la descrizione della “tavola” di Montalbano serve a Camilleri anche per sottolineare la struttura “ artigianale del suo fare scrittura, che si serve di un linguaggio paragonabile a un buon pasto preparato oggi, ma alla maniera di una volta”. Il mio “siciliano”, diceva Camilleri, nasce soprattutto dal “recupero di una quantità di parole contadine che si sono perse nel tempo”. E così i “piatti” di Salvo Montalbano diventano il segno concreto di un certo mondo siciliano, in cui le relazioni sociali, il delitto, le passioni e gli intrighi sono storia che cambia nelle apparenze, in superficie, ma è immutabile nelle sue profondità. I personaggi di Camilleri li trovi in Verga, in Capuana, in Bufalino, in Pirandello, in Sciascia, e nelle cronache della Sicilia di ieri e di oggi.