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Guglielmo e Teodoro Cottrau salvarono dall’oblio centinaia di canzoni e costruirono, attraverso la Casa Editrice Gerard e attraverso le pubblicazioni, l’industria culturale della canzone napoletana. Furono anche compositori, e la fama di Teodoro musicista è affidata soprattutto alla canzone “Santa Lucia”, che ebbe due testi: uno in lingua napoletana, l’altro scritto da Enrico Cossovich in lingua italiana, nella versione che ha avuto un successo trionfale.

 

Guglielmo Cottrau (1797 – 1847) venne a Napoli con il padre Giuseppe, che Napoleone aveva inviato in città a collaborare prima con Giuseppe Bonaparte e poi con Murat ricoprendo posti di grande rilievo nei ministeri dell’Interno e dei Lavori Pubblici e dirigendo, tra l’altro, l’Accademia delle Belle Arti. Guglielmo, attraverso la Casa Editrice Girard, di cui divenne socio, salvò “un numero infinito di canzoni, sia pure attribuendosene spudoratamente la paternità, ne corresse un numero stragrande e ne compose diverse, tanto che i suoi “Passatempi musicali”, pubblicati nel 1820, sono una vera miniera canora” (V.Paliotti). Tra le canzoni “salvate” e pubblicate da Guglielmo ci sono “Fenesta vascia”, “Fenesta che lucivi”, che però portava, nella pubblicazione, il nome “ Canzone di Positano”, e poi  “Cannetella” e “La canzone di Zeza”.  Guglielmo scelse come interprete  delle sue canzoni Erminia Frezzolini, che nel 1845 cantò “Graziella” in un concerto nella Sala Monteoliveto. Il figlio Teodoro (1827- 1879), che si dichiarava “totalmente napoletano”, incominciò a dare concretezza al progetto disegnato dal padre, di fare della canzone napoletana un’industria culturale di portata europea, e per realizzare l’ambiziosa impresa si servì di due strumenti, la Casa Editrice Girard, alla quale, quando ne acquistò l’intera proprietà, diede il proprio nome, e la rivista “L’eco del Vesuvio”, che pubblicò sedici album di brani musicali. Dopo l’entrata di Garibaldi a Napoli Teodoro Cottrau collaborò con il giornale “l’Indipendente”, fondato da Alessandro Dumas, ma non volle mai ricoprire cariche politiche. La fama di compositore egli, che aveva studiato pianoforte con i Maestri Festa e Pappalardo, la conquistò con la celebre canzone “Santa Lucia”. Questa canzone nacque in lingua napoletana, con il titolo “Lo varcaiuolo di Santa Lucia” e con un testo che qualcuno attribuisce al barone Zezza, e che è il canto vivo, immediato dei “barcaiuoli” del celebre quartiere. Straordinario è “l’attacco”, in cui “ la luna chiena” “se fricceca”, si muove irradiando la sua luce intensa, mentre “lo mare ride, ll’aria è serena”. “Sto viento frisco fa risciatare / chi vò spassarse jenno pe’ mmare / è pronta e lesta la varca mia / Santa Lucia ! Santa Lucia!”. Ma non c’è gioia vera senza un bel “piatto”, e la barca è attrezzata anche per questo: è coperta da una “tenna”, da una tenda che protegge i banchettanti, “ e quanno stace la panza chiena / non c’è la minema malinconia/ Santa Lucia ! Santa Lucia!”.

Ma la canzone non ebbe successo. Forse c’era troppo contrasto tra i toni delle parole in lingua napoletana e la delicatezza della musica che a Cottrau era stata ispirata dall’aria “ Come è bello, quale incanto” dell’opera di Donizetti “Lucrezia Borgia”. Teodoro, avendo compreso le ragioni del mancato successo, chiese a Enrico Cossovich un testo in lingua toscana che si adattasse nei toni e nei timbri alla sua musica. E Cossovich, forzando un poco la sua vena poetica, scrisse il madrigale che tutti conosciamo, in cui le parole stesse “suonano” una delicata armonia: “Sul mare luccica/ l’astro d’argento:/ placida è l’onda, / prospero è il vento. / Venite all’agile / barchetta mia / Santa Lucia ! / Santa Lucia!/ “. Scomparve il riferimento popolaresco alla “panza chiena”, e trovò spazio solo il tema dello splendore della città: “O dolce Napoli,/ O suol beato, / ove sorridere / volle il creato,/ tu sei l’impero /dell’armonia / Santa Lucia!/ Santa Lucia !/.”. Il successo fu trionfale, ed è stato continuo. I più grandi tenori, Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Mario Del Monaco, Luciano Pavarotti, hanno cantato la versione in italiano, mentre solo Roberto Murolo ha cercato di esprimere la bellezza caratteristica del testo in lingua napoletana. Racconta Paliotti che in Svezia  “Santa Lucia” “viene cantata come inno liturgico in onore della Santa Patrona degli occhi, e invece Teodoro Cottrau si era voluto riferire alla spiaggia napoletana intitolata appunto a Santa Lucia.”.