L’ umorismo di Cicerone: gli atti e i modi che rendono ridicoli gli uomini sono sempre gli stessi

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Cicerone era abilissimo nell’uso dell’ironia, dell’invettiva del sarcasmo; sapeva giocare sui significati delle parole, e sapeva cogliere di sorpresa il suo interlocutore. Celebri le sue “battute” su Servilia,   madre di Bruto e amante di Cesare, e sul triumviro Crasso. Conquistò la fama di grande avvocato sostenendo l’accusa contro Verre, e sfruttando abilmente il fatto che il nome del propretore, Verre, in latino significa anche “porco”.

 

 

E’ smisurato l’elenco delle “battute” che ci danno la prova  della magistrale capacità di Cicerone di usare l’umorismo in tutte le sue gradazioni, dall’ironia al sarcasmo e all’invettiva. Dopo la disfatta dei Pompeiani a Farsalo, Cesare  vendette all’asta i loro beni.  Servilia,  la madre di Marco Bruto, amante di Cesare, ottenne per quattro soldi una tenuta di grande valore, e Cicerone  la fulminò: Servilia si è procurata il terreno, con lo sconto della terza parte: tertia deducta. Ma Terzia si chiamava anche una figlia di Servilia, sposa di C.Cassio, e perciò Cicerone intendeva dire, con un’allusione assai pesante,  che Servilia non si era limitata ad essere l’amante di Cesare, ma, per conquistare completamente il suo favore, gli aveva “portato, aveva messo a sua disposizione” anche sua figlia Terzia. La forza comica di un motto si percepisce integralmente solo se l’uditorio ha una conoscenza preventiva e esauriente di personaggi e vicende. Cicerone sta a cena da Damasippo, che fa portare in tavola un vino mediocre e nel presentarlo la spara grossa: questo Falerno ha quaranta anni. E l’oratore: li porta bene. E’ un altro esempio di comico da ellissi: ma molto più di noi hanno riso quei Romani che, conoscendo  Damasippo, riuscivano a “ drammatizzare “ la scena e a “ vedere ” i gesti e le smorfie dell’uomo che decantava enfaticamente il mediocre suo vino. E la stessa cosa vale per  Publio Cornelio Lentulo Dolabella, genero di Cicerone, un nanetto che si presenta in pubblico con una lunga spada che gli pende dal fianco. E il suocero non lo risparmia: Chi ha legato mio genero a una spada ?. Cicerone esercita questa mordace comicità da inversione anche contro un altro nanetto, il fratello Quinto.  Attraversando la provincia d’ Asia, che Quinto aveva amministrato, egli lo vede raffigurato in un “busto” di grandi dimensioni, secondo la moda: Mio fratello, esclama Cicerone, a metà è più grande che tutto intero. Plutarco ammetteva che è proprio dell’ oratore servirsi di “battute” anche abbastanza acide contro nemici e avversari, ma a parer suo Cicerone aveva esagerato: metteva in ridicolo chiunque gli capitasse  a tiro, e questo gli procurò l’astio di molti. Certamente quello di Voconio, che un giorno, accompagnato dalle sue bruttissime figlie, si imbatté nell’oratore, il quale commentò impietoso: costui ha fatto figli contro la volontà di Febo Apollo.  Crasso, il triumviro, fu un facile bersaglio. Tutti sapevano quanto fosse smisurata la sua avidità: ma poiché egli diceva di ammirare gli Stoici,  Cicerone gli domandò argutamente se per caso tanta ammirazione non venisse ispirata dalla massima che il filosofo stoico è padrone di tutto. Chiacchiere maligne si addensavano sulla fedeltà della moglie di Crasso, perché uno dei figli assomigliava troppo a un certo Assio: un giorno, dopo aver ascoltato uno splendido discorso che il triumviro aveva tenuto in senato, Cicerone espresse in lingua greca il suo elogio: axios Krassou, è un discorso degno di Crasso. Ma i presenti capirono altro. E’ probabile che i Metelli avessero una predisposizione a tirarsi addosso i colpi dell’umorismo. A Metello Nepote che in una discussione gli chiese più volte. “ Ma tu, Cicerone, di chi sei figlio ? ” l’oratore rispose: “ a te tua madre ha reso troppo difficile questa risposta .”: la madre di Metello, dice Plutarco, non aveva costumi irreprensibili, e il figlio aveva fama di essere un voltagabbana cronico, eumetabolos, uno che cambia idea e schieramento con grande facilità  Quando Metello fece collocare sulla tomba del suo maestro Filagro un corvo di marmo, Cicerone approvò: “ Hai fatto la cosa giusta: egli, più che a parlare, ti ha insegnato a volare di qua e di là.”. Questa sua arte Cicerone la mostrò fin dal primo processo, quello contro Verre, propretore della Sicilia, che i Siciliani accusavano di essere stato un saccheggiatore dell’isola. Ma Verre aveva mostrato le sue “virtù” anche da pretore, e non si era reso conto del fatto che il suo nome lo esponeva agli insulti, perché “verres” in latino significa anche “porco”. E mentre i magistrati romani di solito prendevano gli auspici dagli uccelli stando seduti, e poi, preso l’auspicio, si alzavano,  Verre pretore li prendeva da una rondine particolare, Chelidone, che era il nome della sua amante, un nome che in latino significa “rondine”: e non dalla sedia si alzava, dopo aver ricevuto gli ordini, ma dal letto di quella . La casa di Chelidone diventa l’ufficio della pretura: lì si vendono le sentenze, che la donna detta all’orecchio del suo amante. L’indignazione suggerisce ai Romani amare battute di spirito: qualcuno dice che non bisogna meravigliarsi se ius tam nequam esse verrinum : se le sentenze di Verre sono così ingiuste, se il brodo di porco è così indigesto. Il gioco di parole è intraducibile: ius è la giustizia, ma anche il brodo, mentre verrinus  significa di Verre, e di porco. E poiché il predecessore di Verre si chiama Sacerdote, i Romani maledicono il sacerdote che ha lasciato vivo un porco spregevole. Cicerone usa con destrezza i modi del sarcasmo paradossale. Chi è eletto al governo di una provincia subito si dedica a programmare una saggia amministrazione. Verre, appena gli tocca in sorte la Sicilia, cerca di individuare, con i suoi amici, i mezzi che gli consentiranno di accumulare ingenti ricchezze in un solo anno: e non vuole imparare dall’esercizio quotidiano del potere, ma decide di arrivare nell’isola già pronto e organizzato ad everrendam provinciam, a “ripulire la provincia”: e perciò  a Roma, prima di partire, predispone l’elenco non solo delle tecniche di furto, ma anche delle vittime predestinate. Ancora una volta, un abile gioco sul nome del ladrone e sul verbo “everro” che significa “ripulire, spazzare con cura”: insomma rubare tutto quello che c’è da rubare.