L’ “affresco” di colori e di profumi della Montagna di Ottaviano nel racconto di Francesco D’Ascoli

Ai Maestri della cultura napoletana che facevano parte della giuria del Concorso di Poesia dialettale “S. Di Giacomo”  Francesco D’Ascoli descrisse  la “passeggiata” che Amedeo Maiuri fece nel 1947 a Ottaviano, tra i colori e i profumi di meli, ciliegi, albicocchi e peschi che allora ornavano i “tuori” della Montagna. Negli amici di D’Ascoli il racconto accendeva ancora suggestioni dirette e vive: oggi possiamo ricostruire solo virtualmente parti importanti del meraviglioso “percorso” tra nomi, colori e profumi. Ma il tentativo va fatto.

 

Era una delle prime edizioni del “Concorso S. Di Giacomo”. La giuria – c’erano tra i giurati Amedeo Caravaglios, Renato De Falco, Vittorio Paliotti – aveva concluso i lavori e stava gustando, su invito del Preside prof. Vittorio Capotorto, i “piatti” creati dall’arte degli chef e dei ragazzi dell’Istituto Alberghiero “Luigi de’ Medici”, quando fu chiesto a Francesco D’Ascoli, che di tutte le edizioni di quel Concorso fu la mente e l’anima, di parlare di Amedeo Maiuri. Il grande archeologo venne a Ottaviano nel 1947, a esaminare i resti di una villa romana che D’Ascoli stesso, con l’aiuto di Ninuccio D’Avino e Ciccio Romano, aveva portato alla luce “sotto i lapilli e la maveta di Montevergine”.Disse D’Ascoli che Maiuri, prima ancora che i resti dell’edificio, volle vedere i giardini, gli orti e i frutteti che ornavano i “tuori” della Montagna: del loro splendore aveva letto molto, e gli era stato parlato a lungo. Questo “viaggio” partì  dal rione Carmine, dove Maiuri poté ammirare non solo la Chiesa, ma anche  ciò che in alcuni giardini restava dei lunghi filari di mandarini, da cui i liquoristi ottavianesi avevano ricavato e continuavano a ricavare profumi ed essenze. E D’Ascoli ricordò che un contadino, a cui Maiuri aveva chiesto lumi e notizie, aveva definito “’nzeriuso”,capriccioso, il frutto: anche i mandarini della stessa pianta hanno sempre un sapore diverso l’uno dall’altro. Negli incantesimi del racconto di Francesco D’Ascoli e nei commenti degli altri, tutti Maestri della cultura napoletana, la “passeggiata” di Maiuri divenne un magico “percorso” tra nomi di piante e di frutti, tra colori e odori. Si muoveva l’archeologo tra le “macchie” di albicocche, le “crisommole”: il giallo aranciato della “voccuccia””, il giallo dorato della “cerasella”, l’oro e il profumo matronale della “pellecchiella”; e poi il malioso odore e gli infiniti toni di verde e le ombre viola del fico “troiano”, la dolcezza mite del fico “lugliatico”, quella aggressiva del fico“lardaro”; e il rosso carminio e le note insidiose della “cerasa d’’o Monte” e della ciliegia “tintora”; l’ocra intenso e il profumo pieno e fresco delle pesche, delle “percoche”, che vogliono immergersi nel vino rosso, il profumo elegante delle “percoche spaccarelle” e l’odore netto della “perzeca”. Osservò a lungo l’archeologo, sulle pendici di un “tuoro” poco lontano dal Palazzo Medici. gruppi convulsi di piante di “mele annurche”, di “mele zitelle”, di “biancolelle” e di “limoncelle”: le avevano piantate lì dopo l’eruzione del 1929, perché, e questo me lo aveva raccontato già mio padre, la mela rossa è simbolo di speranza, di tenacia e di coraggio, e la mela “bianca” è simbolo di pace. E il profumo dell’“annurca”, diceva mio padre, è il profumo della forza. Agli amici giurati Francesco D’Ascoli parlò delle castagne, i “marroni”, di Ottaviano, che avevano dominato a lungo il mercato, e dei vigneti, che avevano segnato per secoli la storia della nostra città, e che incominciavano a diventare sempre più piccoli e trascurati.Il racconto e i commenti vennero ornati dalle sapienti citazioni di poeti: venne ricordato il Velardiniello, “boccuccia de ‘no pierzeco apreturo /mussillo de ‘na fica lattarola”, e furono citate “le ccerase rosse” di “Era de maggio”. Francesco D’Ascoli dichiarò che l’elogio più grande al vero tesoro di Ottaviano, l’aria tersa, lieve e salutare, lo aveva fatto E.A. Mario in “Canzone vesuviana”: Se ne sagliesse â parte d’Uttajano /Chi vò campà cujeto, si vò bbene.. /Saccio ‘na casarella fore mano/ Cu dduje balcune e, attuorno, ‘e tterre chiene’/ E resedà e garuofane schiavune….E saglie ‘o core mio ‘ncopp’ â muntagna, /Addò ll’ammore ‘o vò fà  ‘a vennegna,/Vase ca sò cchiù meglio d’ ‘o sciampagne./E, quann’ ‘a ‘ncigne, è tennera e sanguegna /’Sta vocca rossa ch’è ‘a cchiù bella vigna. Il percorso tra nomi, colori e profumi era per Maiuri, per D’Ascoli e per i Maestri presenti a tavola ancora un percorso reale: in me la suggestione già non aveva il sostegno dell’esperienza che viene dalla percezione diretta. Ma quel meraviglioso percorso si può oggi ricostruire, “virtualmente”. Anche questo è storia.