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L’augurio di tutti noi è che quest’anno la luce del Natale sia come quella dipinta da Luca Giordano: un fascio luminoso che irrompe impetuoso nella storia di questi mesi terribili e apre il cuore di tutti alla speranza, e l’intelletto alla comprensione salda e definitiva dei valori veri sui cui è necessario costruire la nostra vita. Nell’ “Adorazione ai pastori” la luce accende gli azzurri, le ocre, i rossi e i verdi, e fa in modo che i colori siano anche il simbolo della fede e della forza di cui oggi abbiamo bisogno per ricostruire noi stessi e il mondo.

 

Pesò a lungo sulla fama del grande pittore napoletano l’idea che il soprannome di “Luca fa presto”, dettato dalla vasta produzione, dai numerosi aiutanti di bottega e dalla rapidità di esecuzione, fosse alla fine il marchio di un’arte brillante sì, ma superficiale, troppo attenta ai modelli e poco aperta all’innovazione e all’originalità. Gli studi di Raffaello Causa, i due volumi che Oreste Ferrari e Giuseppe Scavizzi hanno dedicato all’ “opera completa” del pittore e la mostra “virtuale” “Luca Giordano dalla natura alla pittura” organizzata in questi tristi mesi da Stefano Causa e Patrizia Piscitello hanno contribuito, in varia misura, a costruire con rigore critico una “lettura” articolata dell’arte del Maestro e a spiegare in maniera definitiva perché il Longhi lo considerava uno dei più grandi rappresentanti del Barocco europeo, e lo metteva sullo stesso livello di Rubens. Luca Giordano si propose di liberare la pittura dal peso del caravaggismo, anche perché era convinto che la pittura di Caravaggio, proprio per le sue caratteristiche, non poteva fare scuola: bisognava ripartire dalla lezione di Tiziano, di Correggio, del Veronese, di Reni, e anche di Mattia Preti, non solo nella scelta dei colori e del ruolo della luce, ma anche nell’idea del soggetto e nella impaginazione, che dovevano aprirsi al movimento delle figure, alla tensione dell’”attimo”, al teatro dei gesti. E quanto chiaramente i suoi contemporanei“sentissero” e vedessero la novità di questo grande pittore è dimostrato dal fatto che durante la sua permanenza a Firenze i signori fiorentini gli chiesero, e pagarono con sostanziose somme di danaro, non solo le opere finite, ma anche le “macchie”, i bozzetti preparatori. Luca Giordano usò con una prodigiosa abilità i colori ad olio, il disegno e l’affresco e seppe costruirsi uno stile in cui i “modi” delle tre tecniche erano sempre presenti. In molte opere si nota l’influenza dei pittori del passato, prossimo e remoto, ma non c’è quadro in cui il “modello” non sia stato variato con un’idea originale e incisiva. Il pittore si confrontò con tutti i temi connessi alla Natività di Gesù: la fuga in Egitto, la Sacra Famiglia, l’Adorazione dei Magi, e l’Adorazione dei pastori, che è il tema del quadro di cui ora parliamo, un olio su tela (cm. 115 x 136), eseguito tra il 1687 e il 1688, oggi al Louvre, ma proveniente dalle collezioni dei Re di Spagna che lo avevano acquistato dal pittore. I personaggi sono quelli della tradizione- gli angioletti, Maria, Giuseppe, il Bambino, i pastori -, e il “luogo” è una stalla, come dimostrano le travi, ma è già figura di un tempio, come ci dicono le colonne alla nostra sinistra.  L’idea del fiotto di luce che viene dall’alto non è nuova, ovviamente: ma Luca Giordano  fa entrare l’onda luminosa dall’angolo in alto a destra e la porta ad avvolgere, con un moto obliquo, la Madonna e il Bambino, a posarsi su Giuseppe, splendida figura di profilo, sull’agnello steso a terra, che ci dice che gli adoranti sono pastori, ma è anche prefigurazione del sacrificio di Gesù. La luce tocca i due pastori sulla nostra sinistra, uno inginocchiato, l’altro in piedi. Il pittore quella luce la rappresenta – anche con il gioco delle pennellate ampie, incrociate e “visibili” – come un vento che entra nella storia e la scuote: gli angioletti si muovono come in un vortice, il pastore in piedi pare che cerchi di resistere e di confrontarsi con questo lume impetuoso, e quello in ginocchio interpreta il ruolo del contemplante non con la tradizionale serenità, ma con evidente tensione. Teso è anche Giuseppe che cerca di comprendere il senso del mistero di cui è testimone. Quella luce che irrompe porta un messaggio mistico – quel Bambino apre un capitolo nuovo e fondamentale della storia – e nello stesso tempo è la chiave di volta della “pittura” del quadro: perché le pennellate di bianco e di giallo illuminano l’azzurro del manto della Madonna e il rosso e il verde dei panni dei due pastori: l’azzurro, il rosso e il verde sono sapientemente “riscaldati” dalle velature di ocra chiara su cui il Maestro li ha stesi. L’ocra  dello splendido manto di Giuseppe “poggia” invece su uno strato di rosso, e bilancia in una simmetria che ricorda certe soluzioni di Mattia Preti l’ocra scuro dell’altro lato del quadro. Non c’è da meravigliarsi se i pittori dell’Ottocento, e non solo i napoletani Morelli e Palizzi, ma anche i toscani e i veneti, Signorini, Favretto, Ciardi dedicarono grande attenzione alla tecnica e alla sintassi cromatica di Luca Giordano.