La storia napoletana della produzione della birra si apre con il nome di Caflish. I birrai napoletani usavano anche l’orzo e il luppolo prodotti tra Cimitile, Acerra e Marigliano. Qui è la sede del birrificio “Okorei”: la creatività nel produrre rispettando la tradizione, l’elegante originalità nel presentare il prodotto.
Un dei palazzi leggendari di Napoli, “Casa Como” a via Duomo, il palazzo abitato dagli “spiriti maligni chiamati monacelli” – così recita il decreto di un viceré del sec.XVI – fu, agli inizi dell’Ottocento, sede di un birrificio dove un “Maestro” austriaco produceva birra artigianale. Ma la notizia è vaga. La storia certa della produzione della birra a Napoli iniziò nel 1825, quando lo svizzero Luigi Caflish costruì “la fabbrica” a Capodimonte. Il successo fu tale, grazie anche ai soldati svizzeri arruolati nell’esercito napoletano, che nel 1828 gli stabilimenti di produzione erano diventati tre. La protesta dei mercanti di vino, una serie di incidenti anche gravi provocati da ubriachezza da birra, e l’ostilità della Curia nei confronti di questo “diabolico” “liquore” spinsero Francesco I a emanare il decreto del 17 marzo 1829 che imponeva un dazio assai alto sulla birra importata dall’estero, vietava di produrre birra nella città di Napoli, trasferiva le “fabbriche di tale liquore” fuori della capitale, “a 200 passi almeno dal muro finanziario”, ordinava che sulla birra che da queste “fabbriche” veniva introdotta in Napoli gravasse un “dazio di consumo” di ducati 8 “ogni botte”: la botte equivaleva a 500 litri.
La produzione della birra, ovviamente, crollò, e la crisi durò una quarantina d’anni. Andati via i Borbone, i governi dell’Italia unita consentirono a Caflish di riaprire la “fabbrica” di Capodimonte, ma non addolcirono i tributi, anzi resero ancora più pesante il dazio sul luppolo che veniva quasi tutto dall’Ungheria: tuttavia già nel 1825 i Caflish avevano usato, con l’orzo dell’ Acerrano, anche il luppolo che nasceva spontaneo nelle terre acquitrinose tra Marigliano e Cimitile. Nel 1841 Giulio Avellino scrisse che il luppolo “spontaneo” si trovava perfino nel bosco dei Camaldoli, a Napoli, e condivise l’opinione dei medici londinesi che chi beveva “birra con il luppolo” era meno esposto al pericolo di “pietra nella vescica”. Nel 1864 alcuni agricoltori avviarono la coltivazione del luppolo tra Nola e Acerra, sollecitati non solo dalle fabbriche di birra, ma anche dalle fabbriche di carta. Nel 1872 nella sola città di Napoli vennero importati dall’estero 630 ettolitri di birra in botti e circa 3000 bottiglie da un litro: questo dato convinse le autorità a riconsiderare la politica dei dazi, a “proteggere”i birrifici locali e anche le vetrerie di Barra che incominciavano a produrre le bottiglie per la birra, dopo che per anni erano state usate “le bottiglie per vino champagne” comprate in Francia.
Nel 1880 la “fabbrica” di Capodimonte, che intanto i Caflish avevano ceduto a Giovanni Wital, impiegava oltre trenta operai: nell’edificio, di quasi mille mq., accanto agli spazi per la produzione c’era una vasta “sala di degustazione”. La birra prodotta veniva consumata quasi tutta a Napoli: una parte “la esportano nei Comuni limitrofi, soprattutto là dove sono in corso costruzioni ferroviarie”: così scriveva un funzionario della Provincia, il quale si riferiva probabilmente al fatto che nei cantieri lungo la linea Caserta – Salerno erano impegnati numerosi tecnici stranieri.
Nei primi anni del ‘900 la birra conquista anche Napoli: tre sono i produttori importanti: Wital- Caflish, che “fabbrica” birra a Capodimonte e a vico Carminiello a Toledo; Gennaro Maione, che possiede tre stabilimenti, a via Firenze, in piazza Principe Umberto, a S. Caterina a Formello; W.J. Smith, che dirige un laboratorio per “birre speciali” a Piazza dei Martiri. Molti bar servono anche birra, e si aprono le prime birrerie: la “birreria”, anzi la “birraria nazionale” di Enrico Carbone a via Nardones, la “birreria milanese” di Ercole Ferrari alla Galleria Umberto e, soprattutto, la “Birreria Gambrinus”, condotta da Carlo dello Joio, nella sede storica.
Dunque, il birrificio artigianale Okorei ha radici nella storia dei luoghi e in quella della civiltà napoletana della tavola. La sede legale sta a Marigliano, il birrificio a Mariglianella. Il dépliant illustrativo ci dice che il progetto aziendale è innovare nel rispetto pieno dei fondamenti della tradizione, degli archetipi della birra. E’ nuovo anche il modo di presentare il prodotto: per esempio, sulle etichette della birra “Ipop-b” il fumettista Daniele Bigliardo raffigura, con simpatica scioltezza di tratto, i mestieri, ed è giusto che lo slogan ci dica che si tratta di una birra “fruttata, cordiale, amica di chi vuole una birra per amica”: è la birra per la pizza e per “il cibo di strada”. “Tramalti” è la birra di una suggestiva sfida: creare l’accordo tra sette malti diversi e far sì che l’amaro vigoroso dei malti tostati bilanci “la decisa dolcezza” e solleciti il bevitore a un gustoso confronto con formaggi, carni affumicate, oppure lo induca alla meditazione, perché questa birra resta “interessante anche se bevuta da sola”. C’è anche la birra storica, la “Amarilla”, dal “corpo piacevole” e dal carattere sapientemente “amaro”: essa ricorda la birra che i coloni inglesi in partenza per l’India sottoponevano a “una abbondante luppolatura” perché affrontasse i lunghi viaggi per gli oceani restando sempre sé stessa, nel colore, nell’aroma, nel sapore.
E’ un piacere bere, è un piacere leggere. Un birrificio artigianale che presenta i suoi prodotti con tale sostanziosa levità – la levità dell’eleganza, la sostanza della fiducia nel proprio lavoro – ci conforta nella certezza che è ancora intatto il patrimonio di gusto, di energia creatrice, di tenacia, di stile, della Campania Felice. E di questi tempi non è una certezza di poco conto. “Benedetta è la schiuma che non scema più”.







