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Il toscano Fucini non capì, nel 1877, il linguaggio dei gesti di un “ostricaro fisico” napoletano….

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Fucini chiama questo modo di esprimersi “gergo semaforico”.Su richiesta di Pasquale Villari, lo scrittore toscano viene a Napoli nel 1877 e descrive le condizioni in cui vive il popolo nel libro “Napoli a occhio nudo”. E’ aspro il suo giudizio sull’abitudine dei Napoletani di comunicare anche con i forestieri solo attraverso gesti e “smorfie”. Il “dialogo” di Fucini con l’”ostricaro fisico” Salvatore Capezzuto. La strana storia di quel “fisico” aggiunto a “ostricaro”.

 

Agli inizi degli anni’70 dell’Ottocento Pasquale Villari progettò di chiedere a un importante scrittore italiano un libro sulle condizioni di vita della plebe napoletana, un’inchiesta che fotografasse la realtà e non si arrendesse al fascino impuro dei molti, coloriti luoghi comuni e degli stereotipi che nelle “memorie di viaggio”, quelle degli stranieri soprattutto, nascondevano e falsavano la verità dei fatti. Pasquale Villari voleva un libro che illustrasse agli Italiani e al governo la drammatica realtà della “questione napoletana”. Si rivolse a Edmondo De Amicis, che però non accettò l’invito: invece, Renato Fucini, che l’intellettuale napoletano contattò subito dopo il rifiuto dello scrittore ligure, si dichiarò felice per               “l’onore”. Fucini venne a Napoli nella primavera del 1877, vi soggiornò per un mese e durante le passeggiate esplorative per la città gli fecero da guida Virginia Villari, sorella di Pasquale e moglie di Domenico Morelli, e Telemaco Signorini, che era venuto a Napoli per l’Esposizione di Pittura. Ma le indicazioni più importanti gliele diede Giustino Fortunato, il quale gli chiese di raccontare il popolo di Napoli liberandosi dai “pregiudizi”: da quelli positivi, come “l’eterna allegria e il contentarsi del poco”, e da quelli negativi, “l’indolenza, l’ineducazione, l’inclinazione al furto”. Nel 1878 Fucini pubblicò, con la casa editrice “Le Monnier”, il suo racconto della città nella forma di lettere inviate a un amico e diede al libro un titolo che piacque a Villari e a Giustino Fortunato, “Napoli a occhio nudo”. Parve a qualcuno che Fucini nella descrizione dei vicoli e dei miseri che cercano il cibo nei cumuli dei rifiuti usasse in misura eccessiva il color nero, ma in realtà egli fu imparziale nel cogliere le contraddizioni di un sistema sociale e di una cultura che nel bene e nel male presentavano caratteri particolari, che sarebbe stato impossibile trovare nelle altre regioni italiane. Ma il  racconto di Fucini si fa duro e assume i caratteri dell’ingiuria quando egli descrive l’abitudine dei plebei napoletani di parlare per gesti e smorfie: “allorché parlano, la lingua è il membro che soffre minore attrito di tutti. Chiudono gli occhi, li riaprono e li battono come bertucce…conversano e esprimono i più riposti sentimenti dell’animo con un gergo tacito che chiamerei semaforico, corrugando la fronte, stralunando gli occhi e lavorando di braccia, di mani e di dita come allievi perfetti del più accreditato istituto di sordomuti.”. E come esempio lo scrittore porta il suo “colloquio” con Salvatore Capezzuto, “ostricaro fisico” che vendeva ostriche, vongole e cozze a Santa Lucia, “la capitale degli ostricari”. Ma che significa quel “fisico” attributo del termine “ostricaro”? Nella seconda metà del Settecento molti medici napoletani incominciarono a presentarsi, e a firmarsi, con il titolo non più solo di “dottore”, ma di “dottor fisico”, perché fosse chiaro che la loro “arte” si fondava non su qualche nozione appresa a memoria, ma sulla “fisica”, sulla ricerca scientifica approfondita e ininterrotta. Questo titolo divenne rapidamente bersaglio di ironia, anche in ambienti plebei. In un verbale di polizia del marzo del 1839 si dice che Giovanni Veneruso, del quartiere Stella, chiedeva la tangente ai banchi del lotto clandestino presentandosi come “guappo fisico”. Si racconta che fu Ferdinando I ad autorizzare il suo “ostricaro” di fiducia a inalberare sul  banco il cartello con il titolo di “ostricaro fisico”, che venne rapidamente copiato anche dagli altri “ostricari”. Dunque, Renato Fucini chiede a Capezzuto: “Avete vongole, compare?”. “Il compare alza la testa e chiude gli occhi. Fucini non capisce che questa è una risposta, e ripete la domanda. “Nuova alzata di testa e nuova chiusura di occhi del compare con una tirata di fiato che vuol dire: m’avete rotto…”. Fucini non capisce nemmeno questa volta, e alza la voce: “Vongole, volevo un mezzo franco di vongoleee”. A questo punto Capezzuto, non un “ostricaro” qualsiasi, ma  un “ostricaro fisico”, uno scienziato, insomma,  avendo compreso che il cliente è “uno stupido”, lo interrompe “dignitosamente indispettito” e “grida con voce robusta: Non ne dengooo“. Commenta Fucini:“ Ha ragione, povero signor Salvatore! E chi è quel piemontese di Firenze tanto imbecille da non capire che una alzata di testa e una chiusura d’occhi in buon italiano vuol dire: “non ne ho”? “.

Aveva ragione D’Azeglio: fatta l’Italia, bisognava fare gli Italiani.