Per decenni le scuole Salesiane hanno educato i ragazzi di Ottaviano e del territorio a una visione del mondo autenticamente cristiana e perciò sempre rispettosa di tutti i valori della conoscenza. Il ricordo di Suor Bianca Festino.
Volle la Provvidenza che il convento del Carmine a Ottajano, da cui i Carmelitani, costretti dalle leggi di Murat, erano andati via tra il 1809 e il 1810, passasse nel 1927 alle Salesiane, che vi inviarono, con undici novizie, la Direttrice, e Maestra delle novizie, Suor Ortensia Baratta. La Baratta in pochi anni completò la ristrutturazione degli edifici sollecitando con vigore l’intervento delle autorità ottajanesi, a cui ricordava elegantemente che ciò che l’Amministrazione faceva per il Convento lo faceva per la comunità. Anni fa mi raccontarono che fin dal primo momento le Salesiane si erano occupate anche dei gravi problemi sociali del quartiere, in particolare delle famiglie travagliate dalla povertà e dall’alcoolismo. Ma il disegno della Provvidenza si manifestò nella continuità di una fondamentale attività sociale, l’educazione dei ragazzi attraverso l’insegnamento dei principi fondamentali del sapere. I Carmelitani avevano svolto questo compito fin dai primi anni del ‘700, sollecitati dalle direttive dell’Ordine sulle nuove strategie della catechesi e, a livello locale, dall’intelligente disegno del ceto dei “galantuomini”, convinti della necessità che anche i “parzunari” che amministravano i loro poderi e i numerosi “vatigali” che trasportavano ai mercati i prodotti dell’agricoltura e del fiorente artigianato conoscessero i rudimenti dello scrivere e del leggere. Ai giovani ottajanesi- del Centro Abitato e dei Quartieri- i Carmelitani insegnarono anche il canto: i loro cori partecipavano a tutte le manifestazioni religiose della città.
Si può dire, dunque, che le Salesiane abbiano ereditato una solida tradizione e l’abbiano rinnovata alla luce dei principi indicati da Don Bosco. Certo, la visione cristiana del mondo era ed è l’obiettivo prima della loro attività educatrice: ma è un obiettivo, appunto; non è una premessa, non è un postulato. L’allievo, diceva Don Bosco, e dicono ancora oggi i programmi educativi dell’Ordine, arriva a quell’ obiettivo gradualmente, sperimentando tutte le tecniche di lettura della realtà e confrontandosi senza sosta con i valori della conoscenza, con i problemi della storia grande e con quelli della storia quotidiana. Nulla si tace all’allievo, su tutto egli è invitato a sviluppare, con la misura imposta dall’età e con la correttezza della logica e del linguaggio, la propria riflessione, poiché, come diceva Agostino, non c’è problema a cui i Vangeli non diano la risposta migliore, la risposta illuminata dalla Verità. Da quasi un secolo le Salesiane conducono a Ottaviano la loro attività educatrice sia attraverso i corsi di scuola materna e di scuola primaria, sia con le iniziative dell’ oratorio: i segni essenziali di questa loro preziosa presenza sono stati, da sempre, una conoscenza profonda del territorio e la capacità di dare risposte concrete alle richieste che venivano, e vengono, dal sistema sociale. Chi voglia indicare le linee di sviluppo della storia culturale della nostra città e anche di città confinanti dovrà riconoscere che di alto profilo è stato, ed è, il ruolo delle scuole Salesiane. A me piace sottolinearlo proprio in un momento in cui vi è molta agitazione nelle vicende della scuola pubblica ottavianese, e il ritratto che le fonti del ministero e le inchieste dei giornali fanno dell’istruzione pubblica napoletana è tirato a nero di seppia.
I valori della scuola Salesiana ottavianese sono stati incarnati, per la mia personale esperienza, da Suor Bianca Festino, che qualche mese fa il Signore ha richiamato alla Casa Celeste. Fu maestra di mio figlio, e dunque rimane vivo nella mia memoria il ricordo di un sorriso e di uno sguardo rischiarati da una intensa luce interiore, in cui confluivano la delicatezza, l’ attenzione costante per l’altro, e una umiltà che oserei definire orgogliosa: l’ orgoglio della fede autentica, l’orgoglio della salda logica i cui valori ella dispiegava in un ragionare rispettoso delle opinioni di tutti, ma sicuro delle sue certezze, sviluppato con voce pacata, e anche con sapienti variazioni di tono, in cui si nascondeva talvolta una punta di affettuosa ironia e sempre si manifestava una generosa, paziente comprensione per i discorsi e le preoccupazioni e le pretese di noi genitori. La sua voce e il suo ragionare non imponevano, a priori, concetti e principi e non si accontentavano di persuadere, volevano spiegare, dimostrare e convincere: perché questo è lo spirito salesiano. Ricordo la puntuale cura che suor Bianca dedicava all’insegnamento dell’ortografia e della grammatica della lingua italiana: ella diceva che chi non sa scrivere non sa pensare. E non c’è chi non veda quale vantaggio abbiano tratto i suoi allievi dal quotidiano confronto con questa straordinaria verità culturale, che non si poneva come dogma, ma veniva misurata e provata dall’esercizio continuo e intelligente. Lei sapeva che i suoi allievi non avrebbero mai dimenticato le ore trascorse ad ascoltarla e a parlarle, a discutere di storia e di geografia, e avrebbero portato nel cuore il ricordo prezioso della passione e del metodo con cui la loro Maestra ha sempre svolto il suo compito, di incominciare a svelare ai ragazzi quella bellezza del mondo e della conoscenza che è il segno primo della Provvidenza divina.
La storia vera di una comunità è fatta soprattutto da persone che, come Suor Bianca Festino, danno qualcosa di prezioso agli altri e incrementano il patrimonio dei valori non solo con le parole, ma con l’autorevolezza e con l’esempio.



