Il ritorno discografico di Mimmo Cavallo

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È uscito ‘U Vurpe, il nuovo singolo del cantautore Mimmo Cavallo, che anticipa il suo atteso disco d’inediti, previsto per l’autunno, in cui sarà presente anche un toccante omaggio alla sua amica e storica collaboratrice Mia Martini con cui ha condiviso dischi, festival e tour, soprattutto in momenti molto delicati dell’intensa carriera della cantautrice calabrese. 

Lo splendido brano si chiama Oh Mimì e l’ho ascoltato, in anteprima, in sala di registrazione. La canzone, che è piaciuta molto anche a Caterina Caselli, è un viscerale e toccante tributo alla Mimì della canzone italiana che definiva Mimmo Cavallo come “uno dei pochi veri amici su cui poter contare” e, dal canto suo, era sempre pronta a tendergli una mano.

Raggiunto telefonicamente, Mimmo ci parla del suo nuovo lavoro attraverso un racconto molto affascinante intriso d’amore per la musica, la propria terra, la letteratura, la storia e le leggende.

“E dunque eccomi qua, come un subacqueo-cantautore, un “marenauta” che riemerge dai profondi fondali dove viveva arenato con la sua immaginaria “Lanterna verde” (una vecchia imbarcazione) incistata tra scogli e sabbie limacciose, in mezzo a vaste estensioni di posidonia. Vengo dal silenzio di qualche anno con un pugno di canzoni sperando che qualcuna di queste arrivi su altre sponde.

Il mare, biblioteca di tutte le lacrime del mondo, ci collega nel profondo, parla all’anima. Solo la musica è alla sua altezza. Nel profondo nessuno draga, scandaglia, l’acqua immobile è sempre color verde scuro. So che le perle stanno nei fondali e solo le pagliuzze galleggiano. So che la coscienza e l’anima sono fatti di abissi. Anche l’amore va giù a fondo intensamente (a differenza dei pochi centimetri del sesso). So anche che la profondità marina è come l’abbraccio di una madre. Il blu stesso è profondità. Si ma io, stanco di quell’oscurità silenziosa, avevo bisogno di luce… e sono qua.

Sono sempre le canzoni comunque che cantano e contano, perché in campo va la rosa non il giardiniere così come è importante “il pescato” e non il pescatore. E il pescato sono le canzoni. Ci sono pezzi-pesci che sfuggono alla lenza e alle reti. Sono storie che non vogliono emergere, non vogliono essere narrate. La penna, come la canna da pesca, sonda, esplora gli abissi dove vivono i sogni e i pesci. A volte alcuni di loro, lucenti e irraggiungibili, riescono a dribblare i canti di sirena e il luccichio degli ami. Però al mare non si ruba niente, è sempre il mare a darti quello che vuole. Scrivere e fare musica è una forma di meditazione, di immersione proprio come la pesca. C’è tutto un universo là sotto, tutta la nostra immaginazione, un olimpo che partorisce musica e parole.

Anche la musica infatti con tutti i suoi “cromosuoni” è cosa viva, fatta d’acqua e carbonio, proprio come la vita, come l’universo, come il divino. Intanto sto sul mio gozzo, tra le rotte della storia, in mezzo a fari, carte nautiche, guerre, religioni, commerci di olio e vino, tra coralli, racconti, culture, filosofie, nate in un grembo di bellezza. Ho la lenza tra le dita ma anche il mare trattiene me e la mia barca tra le sue dita… e così via, in un rapporto simbiotico di matrioske.

Taranto con il borgo antico e le ciminiere dell’acciaieria (un ossimoro) è lì di fronte come il puntino rosso di un vecchio televisore incapace di spegnersi.

Non so se il mondo è nato a Taranto, sicuramente da qua ci è passato anche se al viaggiatore possono sfuggire la sua magnificenza, le sue vestigia. Occorre saper guardare al di là delle demolizioni, al di là delle colpe degli uomini. Taranto è una entità talattica, una nave che si regge sui flutti e sulle acque dei suoi due mari e come tale è instabile, come tutte le terre insulari. Città onirica, un grande iceberg di luce e mistero. La terra è la sua prosa, il mare la sua poesia. Un mare concettuale, non solo geografico. È un mare senza confini di spazio e di tempo che non determina limiti, nazioni, stati. Quel mare (che bene esprime lo spirito indipendente di una città fiera, unica come la sua lingua), è la libertà di un boomerang che “decide” di non tornare più indietro.

L’album, in uscita il prossimo autunno, contiene un pugno di canzoni che affrontano varie tematiche. Il brano ‘U Vurpe e il relativo video (magistralmente realizzato da Fabiana Iacolucci e Valentina Calvani, Iaca Studio, Roma) ne anticipano la pubblicazione.

Il nuovo singolo ‘U Vurpe è liberamente tratto da “Dal Molo. E memorie di un vecchio sarago”, dell’amico scrittore Marco Tarantino. Quello di Marco è un libro “color seppia” che parla dell’infanzia, della pesca, quando il mare era un regno e la pesca si effettuava col filo a mano, “sentendo” sulle dita il pesce e ascoltando le voci del mare, i suoi canti, le sue storie captate dai polpastrelli, tra odori di cozze e pane marcito, nel lercio del vecchio porto.

La linea di galleggiamento divide il mondo degli uomini dal mondo dei pesci e questa intelaiatura eponima rivela personaggi strambi, immaginifici. Uomini o pesci fa lo stesso. Tutti appartengono al popolo del mare perché dal mare veniamo e al suo grembo luccicante torneremo.

Il brano ‘U Vurpe gioca sull’antropomorfismo uomini-pesci (branzini, boghe, sgombro, polpo, ecc.) tutti appartenenti al popolo del mare. Mare da dove proveniamo e dove, volenti o nolenti, siamo destinati a tornare. Mare come grembo identitario, gemma luccicante di vite perse e disperse. È la voce del popolo nel suo idioma più vero, biografie di personaggi fuori dal coro: gli ultimi (le “Vope” della classe “voperaia” con le loro tute blu), il lupo Branzino (una certa politica che ha dissanguato la città), il Naccariedde roker (lo sgombro in concerto), il Caurro (il granchio) filosofo innamorato e non ricambiato dalla sogliola… e su tutti ‘u Vurpe (il polpo) metafora di una Taranto talattica protetta dal suo patrono San Cataldo, una città dai numerosi volti, memore di un’antica civiltà mai dispersa che tanto agogna un riscatto. Sono ancora tutte queste vite traboccanti di birra (Raffo) incistata nelle mani dei tarantini.

È la vita, infine, di Nicola, operaio ex ILVA, che si è dovuto arrendere al vento (il suo destino) che un giorno se l’è portato via”.