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Il presepe : la tradizione napoletana che non teme crociate

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Ma che cos’è, davvero, questa improvvisa retorica sul presepe? I sovranisti al governo si riscoprono, come per incanto, paladini inflessibili della tradizione natalizia e dichiarano di volerla difendere con il pugnale tra i denti, come in una crociata dell’ultima ora. È un curioso passo avanti, se si pensa che non molto tempo fa gli stessi leghisti veneravano l’acqua sgorgata dalla sorgente del Po, custodita in un’ampolla come una reliquia pagana, proclamandosi seguaci delle tradizioni celtiche.

È arduo credere che i nostri governanti, con il loro stile di vita e i loro esempi, intendano davvero salvaguardare i simboli sociali e culturali legati al presepe. Altro che umili antri e spelonche. Abitano residenze sfarzose, con piscine tali da far impallidire quelle delle ville hollywoodiane. Dell’umiltà della Sacra Famiglia, neppure l’ombra. E tuttavia la propaganda, a difesa delle statuine e dei diorami in sughero e cartapesta, si fa ogni giorno più incalzante, quasi soffocante.

A tratti suona come un insulto all’intelligenza dei cittadini italiani.

La nostra tradizione, invece, è solida e non teme venti contrari. A Napoli, soprattutto, non c’è alcun rischio di “sostituzione etnica”, nonostante le statuine dei politici abbiano ormai invaso le bancarelle dei pastorai, accanto a quelle di Benino, Razzullo, Sarchiapone, della Sacra Famiglia, e accanto ai volti popolari di Totò, Eduardo e Pino Daniele.

Napoli è una città nel presepe: lo vive come simbolo, radice profonda, elemento fondativo della propria identità. I sovranisti stiano sereni. Il presepe a Napoli non si smonta. E le statuine dei migranti saranno accolte senza timore, come è giusto. Portano colore, raccontano il presente, arricchiscono la scena, proprio come è sempre accaduto nel presepe napoletano, dove le unità di tempo, di luogo e di azione non hanno mai avuto cittadinanza.

La vergogna, piuttosto, ricade su quei politici che strumentalizzano un patrimonio culturale così vivo e prezioso soltanto per racimolare qualche dividendo elettorale.

Io ho sempre amato il presepe. Da ragazzo mettevo da parte, nel salvadanaio, qualche moneta per potermi comprare a Natale una statuina nuova da aggiungere al mio piccolo mondo in sughero e muschio. Con l’ARCI napoletana ci impegnammo quando a San Gregorio Armeno i pastori rischiavano di scomparire e, spinti dalle difficoltà economiche, molti artigiani cominciavano a vendere fiori di plastica. Per fortuna quella battaglia fu vinta, e oggi San Gregorio Armeno è un luogo animatissimo, un simbolo riconosciuto della nostra cultura popolare.

Anche a Roma, con i miei alunni, ogni anno costruivamo un presepe in un’aula qualunque, che per qualche settimana diventava un piccolo mondo incantato. Un angolo di luce capace di sfidare il grigiore dell’inverno. Ricordo ancora Marco Ferretti, un ragazzo dal cuore gentile, che nell’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze natalizie rimase insolitamente silenzioso, come se temesse di rompere qualcosa. Gli chiesi il perché di quella malinconia che gli velava gli occhi.
“Professò – mi disse piano – penso alla tristezza che sentirò quando torneremo, e il nostro presepe sarà lì ad aspettarci, ma senza più le feste, le luci, i regali. Sarà come vedere il Natale da lontano.”

E allora, cari sovranisti : la vera magia del Natale è tutta in quella nostalgia luminosa che resta, quando le luci si spengono e il presepe continua a parlare ai nostri cuori.

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