Molti “giganti vonn’essere e so’nnane”: può suscitare il nostro interesse la descrizione che il poeta G.B. Valentino fa del “mondo a rovescio” in cui l’eruzione del 1631, la rivolta di Masaniello e la peste del 1656 hanno trasformato la città di Napoli. Delle trasformazioni egli vede solo gli aspetti negativi, ma intuisce che sono radicali. Anche il potere politico, pur con grave lentezza, lo capisce. La crisi della medicina tradizionale. Qualche documento ottajanese. La “distrazione” della Chiesa.
Furono 25 anni terribili per la città di Napoli, quelli che vanno dall’eruzione vesuviana del 1631 alla rivolta di Masaniello del 1647 e alla peste del 1656: il sistema sociale della capitale del Viceregno venne scosso dagli eventi a tal punto che dopo la peste il poeta G.B. Valentino descrisse una Napoli “scontraffatta”, “luogo” di un mondo a rovescio. G. B. Valentino, che nacque alla Duchesca nell’aprile del 1614 e fu scrivano della Vicaria, fa, nel poemetto “La mezacanna co lo Vascello de l’Arbascia”, un ritratto satirico di questa città “capovolta” e tinge la sua satira con i colori dell’amarezza. In questo capovolgimento egli non riesce a cogliere gli aspetti degni di riflessione, quelli che preparano le grandi trasformazioni sociali dell’ultimo ventennio del secolo, ma vede soltanto il trionfo dell’assurdo, la dissoluzione della “mezacanna”, l’asta di legno usata dai sarti, e che è per lui simbolo di quella “misura” che i cittadini di Napoli hanno perso, attratti dalle vesti della vanità che il “Vascello dell’Arbascia”, della stolta presunzione, ha portato per tutti. G.B. “Titta” Valentino si augura che i Napoletani tornino all’uso della “mezacanna” e che Napoli torni ad essere, ancora, “l’orgoglio dell’Italia”: non vuole convincersi del fatto che niente sarà come prima, e tuttavia è di notevole interesse la sua percezione della vastità dello stravolgimento sociale prodotto dalla peste del 1656. Prima di tutto Napoli è diventata una “Torre di Babele”, invasa da Turchi, Mori, Albanesi, Greci, Tedeschi,e dai Francesi “pisciavino”: “le quali razze a guisa di coniglie / nce hanno fatto rradeche e li fliglie”. E i Napoletani si preoccupano solo di mascherarsi, di cambiare costumi e identità: non si capisce più chi sia nobile e chi plebeo, poiché molti vogliono apparire giganti e “so nnane”, e “l’aseno diventare vo’ lione”. In questo teatro protagoniste assolute del rovesciamento sono le donne: le donne della plebe, le “vajasse e zandraglie” hanno trasformato in un “bordello” anche un luogo incantato come Posillipo, e “alla mano de ste pettolelle / dito non c’è che non ha quattro anelle”. Il poeta, esaltato dall’antifemminismo tradizionale della satira, usa 22 verbi per indicare i gesti con cui le “zandraglie” si truccano e altri 22 per dirci come indossano le vesti ogni mattina. Dunque, Valentino non coglie il senso di queste radicali trasformazioni sociali, ma vede che sono in atto, e con tale violenza che non possono sfuggire alla sua attenzione.
La peste travolse nella catastrofe la medicina tradizionale, costruita ancora sui principi aristotelici: il massimo rappresentante della medicina “aristotelica”, Carlo Pignataro, protomedico del Regno, aveva combattuto il morbo con i salassi, le purghe e gli impacchi di ghiaccio. Leonardo Di Capua, Tommaso Cornelio e Giuseppe Donzelli costituirono l’”Accademia degli Investiganti”, che incominciò a mutare radicalmente indirizzi e metodi del sapere scientifico. Gli Accademici ottennero il sostegno di molti nobili, anche di Giuseppe I Medici, principe di Ottajano, e coraggiosamente esortarono il potere politico e la Chiesa napoletana a frenare con forza l’attività di maghe e di fattucchiere e la diffusione delle pratiche magiche che veniva alimentata dalla paura, ma anche dal complice silenzio dei preti. La Chiesa napoletana fu lenta nel comprendere cause ed effetti dei movimenti che agitavano il sistema sociale e preferì dedicare tutta la sua attenzione alla lettura teologica e morale delle eruzioni, e la salute dei cittadini alla protezione della Vergine e di San Gennaro, protagonisti del quadro di Luca Giordano che correda l’articolo.
Il governo spagnolo, anche se con grave ritardo, capì che c’era qualcosa di nuovo, nella società napoletana. Nel 1662 i Medici, che erano la famiglia feudale più potente del Vesuviano, decisero di fare qualche concessione agli Ottajanesi sui diritti di proprietà del Mauro, della Montagna e del Bosco e, soprattutto, accettarono che si riducesse in modo significativo il potere che le loro guardie avevano di eseguire arresti e perquisizioni. Nel 1664 il Viceré approvò la decisione degli Ottajanesi di impedire che nel territorio entrassero “vini forestieri” e di usare la mano pesante contro i trasgressori, confiscando “vini, botti, barili, copelli, carri e animali”. A Napoli e tra il Nolano e il Vesuviano l’ordine pubblico venne sconvolto da un grande numero di delitti, di rapine e di grassazioni, e bande di briganti infestarono le strade del commercio, percorse ogni giorno da centinaia di mercanti: tra il 1666 e il 1672 vennero sempre scortate da gente armata le carovane dei carri che trasportavano vino da Ottajano verso i Comuni del Vallo di Lauro e ritornavano carichi di “travi di quercia” e di carni salate.

