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Il “Leon d’Oro” per l’imprenditoria 2019 all’azienda “Chiara Dalba” che produce capi di abbigliamento, è guidata da Lorenzo Policino e Rosa “Susetta” Valletta, e ha la sede ufficiale in Ottaviano. La luminosa storia dell’industria tessile ottajanese nell’Ottocento, e la centralità di questo settore produttivo a San Giuseppe e a Ottaviano per quasi tutto il Novecento.

 

Un po’ di curiosità storiche. Gli anni 1845-47 furono catastrofici per le tessitrici vesuviane. Le fabbriche tessili impiantate tra l’Irno e Scafati dagli svizzeri Mayer, Zollinger e Vonwiller, il filatoio di seta che l’avignonese Carlo Forges aprì a Torre del Greco e i lanifici di Barra e di San Giovanni a Teduccio mandarono in crisi l’attività dei “telai domestici”, che solo a Ottajano erano circa 700, e i due terzi di essi “funzionavano nel quartiere San Giuseppe”: “ogni telaio occupa due donne”, e ogni donna guadagnava un quarto di ducato al giorno per 200 giorni all’anno. Achille Procida, cancelliere del Comune di Ottajano, cercò di far capire al Sottointendente di Castellammare che il disastro, innescato dalle “macchine idrauliche” e dai moderni meccanismi introdotti dagli imprenditori forestieri, era vasto e pericoloso, ma le autorità centrali finsero di non vedere. Nel marzo del 1848 i disoccupati minacciarono di distruggere “le macchine” di Sarno, Cava e Pelezzano e i parroci di Cava chiesero al Ministro degli Affari Interni di disporre che gli stabilimenti di Scafati, di Angri e di Cava non producessero più “ wagram a basso prezzo, onde tal genere fosse prodotto dai bisognosi lavoratori a mano.”.Nel 1852 fece il giro di tutti gli uffici della Campania un esposto anonimo che accusava Vonwiller di portare nella sua Svizzera l’oro guadagnato a Napoli, ma, soprattutto, spiegava che “le pezze di tela della macchina sono di pessima qualità, ma il compratore alla cieca fa acquisto di quelle che trova a buon mercato.”.

Come accade assai spesso, la crisi generò un nuovo modello di lavorazione che riportava al centro del sistema, come beni preziosi e insostituibili, il telaio domestico e l’arte delle tessitrici vesuviane. La svolta venne segnata dal mercato che, sollecitato dai nuovi indirizzi della moda femminile e maschile, chiedeva “pezze di seta”, “tele di bambagia e di lino” e “flanelle” tessute con una “destrezza” che le macchine non potevano garantire. A Ottajano alcuni imprenditori, attenti osservatori delle “tendenze” suggerite dal mercato, non solo aprirono “filande”, ma riorganizzarono secondo schemi nuovi il lavoro delle tessitrici e delle sarte “ casalighe”: nel Centro Abitato fu notevole l’impegno dei Lanza e degli Scudieri, mentre a San Giuseppe furono i Catapano, i Ferraiuolo, i Miranda e i Del Giudice a trasformare in un valore assoluto e definitivo la vocazione per l’arte dell’abbigliamento. Alla Mostra del Lavoro che si tenne a Napoli nel 1891 ebbero la “menzione d’onore” i fratelli Catapano per “le sete” e Angelo Miranda per “ un tessuto misto di lana e cotone”. Da allora “il tessile” divenne fondamento economico e culturale delle comunità ottajanese e sangiuseppese: camicie, cravatte, biancheria intima, abbigliamento, tessuti, arredi e corredi costruirono una storia “multipla”, aprirono il mondo del lavoro a centinaia di persone, spinsero le donne a prendere consapevolezza del loro ruolo nel sistema economico.

Nel novembre del 2019 il Comitato dell’Ordine del “Leon d’Oro” di Venezia ha conferito all’azienda “Chiara Dalba” il riconoscimento di “migliore azienda del 2019”. La “Chiara Dalba”, di Lorenzo Policino e di Rosa “Susetta” Valletta, ha la sede ufficiale in Ottaviano, e nei suoi cataloghi è “fotografata” la “filosofia” del marchio, una filosofia fatta di cultura dello stile, di equilibrata armonia tra innovazione e tradizione, di sapiente attenzione per la qualità dei tessuti e per tutti quei dettagli che fanno di un capo di abbigliamento un’opera unica.

La “ Chiara Dalba” parla all’Italia tutta e all’Europa con la consapevolezza serena di avere radici in un patrimonio culturale, la civiltà  napoletana, in cui il mondo intero si riconosce. E’ questo  il privilegio dello stile “vesuviano”.