Home La Verità nei Libri I Grandi Magazzini “Mele”: un’impresa all’avanguardia nella Napoli della “Belle ‘Epoque”

I Grandi Magazzini “Mele”: un’impresa all’avanguardia nella Napoli della “Belle ‘Epoque”

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Il genio di Emiddio e Alfonso Mele: da una bottega di tessuti ai Grandi Magazzini in grado di competere con quelli di Parigi e di Londra. Arredi, corredi, abbigliamento, cappelli, guanti: i Mele fanno conoscere a tutta l’Italia la raffinatezza antica della moda napoletana e l’abilità degli artigiani campani. La concorrenza con i Magazzini Miccio e il significato del motto. “Sembrano proprio Miccio e Mele”. “Il turco di Mele”. I Mele sono anche i primi a curare una cartellonistica di qualità: i loro manifesti vengono realizzati dai più grandi disegnatori del tempo, e già nel 1904 Vittorio Pica ne pubblica il catalogo.

 

Tra la fine dell’Ottocento e i primi quindici anni del Novecento Napoli si conferma una città complicata, bloccata ancora dai vincoli del passato, ma capace, in alcuni settori, di realizzare progetti di livello europeo, che meritano l’attenzione e l’ammirazione anche di Parigi e di Londra. Rientrano in questi progetti i Grandi Magazzini Mele, ai quali Francesco Barbagallo dedica un interessante capitolo del suo libro “Napoli, Belle ‘Epoque”. I quattro fratelli Mele, Pietro, Emiddio, Alfonso e Giuseppe sono di Giffoni Sei Casali, un paese in provincia di Salerno. Qui Pietro apre un negozio di stoffe, dove, nel 1869, Emiddio incomincia a lavorare come apprendista. Dieci anni dopo Emiddio e Alfonso si trasferiscono a Napoli, e incominciano a vendere stoffe in una bottega al Mercato, in quella via S. Agnello dei Grassi che viene poi cancellata dal Risanamento. Per Emiddio la bottega è solo l’inizio: egli va a Parigi a studiare le nuove strutture della grande distribuzione, il sistema finanziario che ne costituisce la base, e il gusto dei ricchi borghesi che formano il pubblico dei clienti. Egli ha già capito che questo pubblico è presente anche nella complicata società napoletana, e che le signore della nobiltà e della borghesia di Napoli non hanno nulla da invidiare alla raffinatezza delle signore di Parigi e di Londra. Nell’ottobre del 1889, di fronte ai giardini di Palazzo Reale, al teatro San Carlo e alla Galleria Umberto I, nel Palazzo della Borghesia inizia l’attività dei “Magazzini Italiani E. & A. Mele & C.”, in uno spazio di 2000 mq., con 300 dipendenti “presto aumentati a 500” ( F. Barbagallo). Ricorda F. Barbagallo che nel 1889 a Milano, in piazza Duomo, i fratelli Bocconi, già proprietari di grandi magazzini di abbigliamento e di arredo, di succursali e di centri di produzione, aprono una nuova sede “di 2300 mq. con 1400 impiegati”: ai grandi magazzini Bocconi D’Annunzio poi darà un nome nuovo, “La Rinascente”. I Mele vendono abbigliamento, mobili, tappezzerie e arredi, a cui si aggiungono successivamente i cosmetici e i prodotti per l’igiene personale: dal 1895 viene curata l’offerta di cappelli e di ombrelli di notevole eleganza e non particolarmente costosi. Sul numero della “Scintilla giudiziaria” uscito in edicola il Capodanno del 1912 i “procuratori, gli avvocati e i magistrati” vengono invitati a visitare i Grandi Magazzini “Mele” “prima di comprare toga e tocco”. E dall’inizio alla fine la sigla pubblicitaria è sempre la stessa: “Massimo buon mercato”. Intanto si faceva sempre più forte la concorrenza delle “Fabbriche Miccio & C.” che negli ultimi dieci anni dell’Ottocento avevano tre sedi, al Chiatamone, a Toledo e a via Duomo e infine aprirono una sede proprio di fronte ai Grandi Magazzini “Mele” e fecero montare in piazza San Ferdinando un chiosco in stile liberty, in ferro e in vetro. Questo chiosco scatenò furiose polemiche, dalle quali i Napoletani cavarono subito un motto: “pareno proprio Miccio e Mele”, riferito a persone che si fanno guerra senza sosta e in ogni modo. Divenne proverbiale – indicava persone eccessivamente ossequiose –  anche “’o turco ‘e Mele”: era, questo turco,  il valletto africano che accoglieva i clienti all’ingresso del centro commerciale (a Napoli i neri erano chiamati comunemente “turchi”). I Mele non dimenticarono mai i poveri: il decennale dell’azienda venne rievocato con un pranzo al Salone Margherita: vi parteciparono i dipendenti con le famiglie e 125 poveri. Per il  matrimonio di Emiddio Pepe e di Fanny Stellingwerff, celebrato nel settembre del 1896, venne offerto un banchetto a 1200 poveri nei quartieri centrali della città, e sul finire del secolo i Mele, a dimostrare che i grandi magazzini non erano solo il “paradiso delle signore”, istituirono il “sabato degli operai”: “dalle 16 alle 19 di ogni sabato: articoli di occasione immessi appositamente”.Va riconosciuto ai Mele il merito, notevole dal punto di vista culturale, di essere stati i primi a “puntare, tra i due secoli, sulla cartellonistica di qualità” (F. Barbagallo). I loro manifesti vennero ideati e realizzati dai più importanti disegnatori del tempo: Achille Beltrame, Emilio Malerba, Marcello Dudovich e Leonetto Cappiello. E nel 1904, per ricordare il 15° anno di attività, i Mele affidarono a Vittorio Pica, uno dei più importanti intellettuali napoletani, il compito di pubblicare il primo catalogo dei loro manifesti. Intanto, incominciava a diventare sempre più importante il ruolo di Davide, nipote dei due fondatori: ma le complicate vicende degli ultimi 20 anni dell’azienda, che cessò di esistere nel 1930, saranno il tema di un altro articolo.