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Questi giorni difficili e incomprensibili, che viviamo, hanno bisogno di due medicine per poter essere tollerati: il silenzio e l’attesa dell’imprevedibile.

Siamo poco abituati ad entrambi. Non rientrano nelle nostre consuetudini.

Il silenzio ci sembra un esercizio da deboli: chi non ha niente da dire non acquisisce il diritto a partecipare; stare zitti è da sciocchi e il tacere evidenzia incertezza e timidezza.

E se invece il silenzio fosse la chiave dell’umile indagine degli umani indizi? E se ci consegnasse ad un orizzonte di parole miti, che sanno ricercare?

Al posto di esperte denunce, di roboanti comunicazioni, di dotti dichiarazioni solo mute interviste, lezioni di serena attenzione, trasmissioni silenziose, social discreti e pieni di riserbo.

L’attesa è invece una dimensione più accettabile, ma solo quando si attende qualcosa che ci aspettiamo già, di cui conosciamo il contenuto. Viene qualcosa, lo sappiamo, si tratta di ore o di minuti e la vedremo spuntare come l’avevamo immaginata.

Altra cosa è attendere senza sapere che cosa o chi. Anche questo atteggiamento sembra un po’ da stupidi in un mondo che premia il controllo, la professione del prevedibile. Quest’ultimo ci rassicura. Non ci piacciono le sorprese.

L’attesa dell’imprevedibile, invece, assomiglia molto all’attesa dei bambini nei giorni natalizi. Sanno che arriverà un dono, ma non sanno quale. E lo attendono da personaggi che non conoscono e che non è dato vedere. Spesso tradiamo questo aspetto, tentando di intrappolarli nelle nostre attese da adulti: “Aspetta, perché arriveranno soldi, potere, potrai competere con gli altri a chi ha di più”. Tristezze e miserie adulte.

Il dono invece accorcia le distanze con il mistero e ci dispone alla responsabilità della benevolenza e dell’attesa. E’ l’esatto contrario del motto diffusissimo “Andrà tutto bene”, interpretato come il male (nella fattispecie il Covid) che per incanto sparirà; un augurio insensato, che non ha titolo per cambiare alcunché.

Il silenzio e l’attesa dell’imprevedibile invece inscrivono nel cerchio delle possibilità la nostra creatività, quella che nasce dall’osservazione, dalla muta gioia della meraviglia e avvolge ogni cosa dell’incanto della disponibilità e della condivisione.

Ciò che accadrà ci riguarda, vi andiamo incontro insieme. Come una famiglia che non si scoraggia di fronte al male, quando viene dall’esterno. Compatta e unita, vigile. Custodisce il cuore.

C’è un tempo in cui la sofferenza, la solitudine, la sconfitta, ci disorientano. E’ quello il momento di riadattare le lenti con cui guardiamo ciò che accade. Presto o tardi impareremo a rileggere l’esperienza e intenderemo cosa si prepara. Il silenzio e l’attesa devono essere governati da donne e uomini pieni del dolore della storia. Solo essi apprendono a ricominciare nella novità. Lontani dal ripetere ciò che già sanno, rifiutandosi di essere quelli di prima. Solo essi sapranno dire: “Domani”.

Illustrazione di Angela Marchetti per “La città dall’alto” ed. Corsare