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I Borbone mandarono al confino a Ottajano Enrico Pessina, il  Maestro del Diritto Penale

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Enrico Pessina (1828- 1916)  a venti anni iniziò la sua carriera di avvocato difendendo i liberali napoletani che avevano guidato la rivolta contro i Borbone nel maggio del 1848. Nel 1853 Pessina venne mandato al confino a Ottajano, grazie forse all’intervento di Michele de’ Medici, figlio del principe Giuseppe IV, amico dei liberali. Qualche nota sull’ attività di Enrico Pessina dopo l’unità d’Italia. Nel 1955 a Ottaviano Enrico De Nicola e Giovanni Leone parteciparono alla manifestazione per il centenario del confino.

 

Enrico Pessina fu un fanciullo prodigio: nel 1844, a 16 anni, pubblicò ilo “Quadro dei sistemi filosofici”  in cui Pasquale Galluppi vide “la  forza sublime del talento”. Il 18 marzo 1849, il giorno in cui Silvio Spaventa e i capi del movimento liberale venivano incarcerati, Pessina pubblicò il “Manuale di Diritto Costituzionale”,  un trattato contro l’assolutismo, dedicato a Francesco Trinchera, suo Maestro di diritto e avversario inflessibile del dispotismo di Ferdinando II.  Perché fosse chiara e  definitiva la sua scelta di campo, Enrico Pessina iniziò la sua carriera di avvocato difendendo alcuni liberali che avevano combattuto in prima fila nei moti del maggio del 1848: lo  stesso Trinchera,  Stefano Mollica che era stato il primo a sparare sui soldati svizzeri del Borbone dalle barricate in via Santa Brigida (l’immagine che apre l’articolo), Saverio Barbarisi e Luigi Zuppetta.  Nei dieci mesi di udienze  il giovane avvocato mostrò tutto lo splendore della sua arte e la profondità del suo sapere giuridico – ne parlarono anche i giornali inglesi -, ma la sentenza era già scritta: condanna a morte per Barbarisi e anni di carcere per gli altri. Pochi giorni dopo la conclusione del processo anche Pessina venne arrestato e portato nel carcere di S. Maria Apparente, dove erano rinchiusi gli altri patrioti.  Egli fece notare che, arrestandolo senza formulare accuse, solo perché aveva difeso in tribunale i patrioti, i tribunali borbonici avevano violato un principio fondamentale della cultura giuridica, che da sempre vede l’avvocato “ come voce prepotente del Diritto contro le prepotenze dei forti, come lo scudo dell’uomo prima che sia irrevocabilmente giudicato colpevole”. Nel 1853 Enrico Pessina uscì dal carcere, ma venne inviato a Ottajano, al confino.  Giuseppe IV Medici, principe di Ottajano, era un borbonico convinto, e godeva della fiducia di Peccheneda, il terribile capo della polizia: e dunque egli garantiva, grazie ai suoi settanta “guardiaboschi” armati di tutto punto, un severo controllo dei confinati. Ma il figlio di Giuseppe, Michele, aveva amici tra i liberali napoletani, e c’era il fondato sospetto che egli durante i moti del maggio ‘48 avesse nascosto nel Palazzo Miranda a Chiaia, sottraendoli alla caccia degli “svizzeri” di Ferdinando II, Antonio Winspeare, che poi fu sindaco di Napoli, e i  liberali ottajanesi Achille Procida, Raffaele Mazza e Francesco Catapano, che avevano combattuto sulle barricate. E’ assai probabile che i due anni di confino trascorsi da Pessina a Ottajano, a via S. Michele, poco lontano dal Palazzo  Medici, siano stati rasserenati dall’amicizia del figlio del Principe: il confinato  passeggiava tra i boschi, faceva lunghe escursioni a cavallo, si incontrava liberamente con gli amici, studiava, scriveva, e, tra l’altro, sistemò le note sull’opera di Diritto Penale di Pellegrino Rossi. Dopo il confino  Pessina tornò all’esercizio della professione forense e ai suoi studi, sposò Giulia, figlia di Luigi Settembrini, e su invito degli amici liberali incontrò, nel 1856, il generale francese Tablot che si era recato a Napoli per tentare di riportare in vita il partito “murattiano”. Racconta Giuseppe Bosco nel libro “Napoli e i suoi avvocati” che al francese  il giurista rispose, sarcastico, che i patrioti napoletani preferivano “sopportare i Borbone piuttosto che permettere che Napoli diventasse una prefettura francese”. Nel ’59  i Borbone lo mandarono in esilio,   insieme ad altri liberali: un esilio “indefinito”, che finì con la fine della dinastia e con l’arrivo di Garibaldi. Il 5 dicembre 1861 Pessina, vincitore di concorso, occupò la cattedra di Diritto e Procedura Penale all’Università di Napoli, la cattedra che era stata di Mario Pagano, e da quella cattedra esercitò il suo magistero per cinquanta anni fin quasi alla morte.  Sarebbe cosa troppo lunga descrivere, anche solo per cenni, l’attività del giurista, dell’avvocato, del Maestro, del politico,e raccontare la sua dura polemica contro l’influenza che il Positivismo esercitò sulla cultura del Diritto, Diciamo solo che per sei mesi, tra il novembre del 1884 e il giugno del 1885, Pessina  fu anche ministro di Grazia e Giustizia nel governo di Agostino Depretis:  in questi sei mesi egli riformò le procedure per la promozione dei magistrati, con l’obiettivo di rendere la magistratura indipendente dal potere politico e progettò un modello di codice penale a cui Zanardelli, autore della riforma del 1877, dedicò grande attenzione.  Il 2 giugno 1955 Ottaviano celebrò il centenario del confino di Pessina: vennero scoperte due lapidi accanto alla casa che lo aveva ospitato, e tra gli ospiti della imponente manifestazione ci furono Enrico De Nicola, che era stato allievo di Pessina, Giovanni Leone e l’avv. Giuseppe Pessina, nipote di Enrico.