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Nel 1951 Sartre celebrò il fascino della polvere e dello sporco che coprono il corpo della città. Grazie allo sporco gli oggetti “esistono per se stessi”, parlano, raccontano. La paradossale antitesi tra lo “sporco” di Napoli e il sole di Torino. La passione per le antitesi che ispirava Sartre in quegli anni lo spinse a gustare con piacere i fiori di zucca ripieni. Nella visita del 1931 era stata turbato dagli odori della città e dal timore che i progetti dell’edilizia fascista avrebbero trasformato Napoli in una “Milano sul mare”. Lo splendido ritratto che Cicerone fece della città nella “Pro Silla”.

 

“Napoli smorza ogni passione politica” ( Cicerone)

Ingredienti per 12 fiori di zucca: gr.300 di ricotta sgocciolata; 1 cucchiaio di parmigiano; gr. 100 di mozzarella opportunamente prosciugata; olio, sale, pepe. Mescolate la ricotta, il parmigiano, il sale e il pepe, e lavorate il tutto fino ad ottenere una crema densa, ma senza grumi. Pulite i fiori di zucca, apriteli, riempiteli con frammenti di mozzarella prosciugata, farciteli con la crema di ricotta usando la “tasca del pasticciere”, richiudeteli usando il “ciuffo”, sistemateli in una teglia cosparsa di un filo d’olio, aggiungete un pizzico di sale e pepe, coprite la teglia con un foglio di carta da forno, cuocete i fiori nel forno a 180° per 20 minuti, portando via la carta negli ultimi 5 minuti. E i fiori di zucca sono pronti. La ricetta è pubblicata da “tavolartegusto”: lo chef Biagio ha messo di suo la scelta di fiori di zucca dal petalo ruvido, e,  per il  ripieno di alcuni fiori, l’uso della mozzarella ridotta non in frammenti, ma in filamenti, e del provolone del Monaco grattugiato al posto del parmigiano.

 

P. Sartre visitò Napoli nel 1936, con Simone de Beauvoir, e portandosi in giro un pensiero fisso, l’immagine della giovane ucraina Olga Kozakiewicz, che era la sua amante, con il consenso della de Beauvoir. In questa prima visita a Sartre sembrò di cogliere il dramma della città, il cui spirito antico veniva stretto, e soffocato, tra gli edifici e le opere del Risanamento, e le architetture fasciste che avrebbero ridotto Napoli in una “Milano in riva al mare”: forse anche lui si sentiva soffocato tra la presenza di Simone e l’assenza della giovane Olga. In questa prima visita il filosofo cercò di cogliere i segreti degli odori che esalavano dalle persone e dal buio delle case, un odore complicato e urtante, di frutta, di formaggi e di vino, che si rinnovava di casa in casa, e sempre con qualche nota nuova. Nel 1951 Sartre tornò a Napoli, da solo. In una lettera al suo editore francese raccontò di aver mangiato i “fiori di zucca ripieni di formaggio”, ma non spiegò quale formaggio fosse, e ammise che erano saporiti quasi quanto i francesi “fleurs de courgette et calmars”, fiori di zucca ripieni con calamari. Del ristorante si limitò a dire che apriva la sua terrazza sul mare di Posillipo, ma non ne indicò il nome. La città gli apparve diversa da quella vista 15 anni prima, anche perché i suoi occhi si erano da qualche anno abituati a “vedere” l’altra faccia delle cose, quella nascosta ai più, ma che non poteva celarsi a lui. Accadde così che nelle sue descrizioni di Napoli vista e studiata nell’autunno del ’51 ricorresse frequentemente quel ragionar per litoti che era stato uno stilema caro alla Serao degli ultimi scritti, quando raccontava, nei modi della Sibilla Cumana, che Napoli non è tetra nella fede, non è cupa nel vizio, non è collerica nella sventura. Dal tema, logorato dall’uso, della luce di Napoli J.P.Sartre trasse, con abile rovesciamento retorico, un “motivo” originale, l’elogio della polvere:

“..Le loro strade, gli oggetti di cu i Napoletanii si servono, il modo in cui gli oggetti vengono disposti, sono affascinanti e profondi. E’ a causa della sporcizia, che si è deposta sulle cose esattamente come il sole si è posato sulle case di Torino o gli anni sulle colonne romane del Foro…Tutti gli oggetti, a forza di essere usati, arrugginiti, sporcati, rotti, finiscono con l’assumere un senso che supera di gran lunga quello originario: non sono solo attrezzi, piatti, utensili; esistono per se stessi e sono assolutamente indefinibili, inumani. E’ anche la mollezza dei Napoletani, il loro lasciar correre, che permette a tutte queste cose di stringere una quantità di relazioni che sono tutte belle e assolutamente involontarie.  Lo “sporco” sulle case di Napoli e il sole su quelle di Torino: nell’uso del paradosso Sartre non conosceva limiti….

Sartre non nomina Epicuro, ma sapeva che Napoli era stata la prima città d’Italia a ospitare una scuola di epicurei.  Filodemo di Gadara e Sirone spiegarono ai Napoletani che il vivere e il morire sono sotto il dominio del caso e che la felicità sta nel non desiderare : per cui non esistono i vizi e le virtù, ma solo virtuosi e viziosi, sia veri che finti, e bisogna imparare a  diffidare degli estremisti del vizio e dei catoni della virtù. Questi principi, entrati nel sangue della gente, alimentarono con i loro succhi i codici di una sapienza popolare che realizza, nella “sorpresa” dei fiori di zucca imbottiti, un equilibrio audace di sapori e di odori, di petali rugosi e di crema di formaggi.  Solo questa convivenza paziente tra verità antitetiche spiega perché trovarono a Napoli il loro domicilio perfetto il vate dei golosi, cioè Lucullo, e Virgilio, il poeta della frugalità verginale.  Cicerone, quando difese Publio Silla, il nipote del dittatore, dall’accusa di aver partecipato all’ organizzazione della congiura di Catilina, disse in aula  che in quei giorni Silla se ne stava quieto a Napoli, in una città la cui natura “ non è tanto fatta per accendere l’animo dei faziosi, quanto piuttosto per smorzare e acquietare ogni passione politica.”. Che è la definizione più bella del più antico stereotipo su Napoli.

(FONTE FOTO: RETE INTERNET)