Fabbriche rurali all’ombra del Monte Somma

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Non soltanto masserie. Fabbriche rurali all’ombra del Monte Somma, un patrimonio celato

Nel vasto panorama delle architetture rurali, la Campania, punteggiata da diversi esempi di edifici agricoli, individua sul versante settentrionale del sistema Somma-Vesuvio, entro i limiti del Parco Nazionale del Vesuvio, un patrimonio composto da edifici, talvolta fortificati e perlopiù abbandonati, molto diversi dalle più note masserie di pianura. Si tratta di insediamenti rurali costruiti sulla fertile dorsale del Monte Somma tra il XVI e il XVIII secolo in alcuni casi su preesistenze di epoca romana, con funzione residenziale e agricola, che attualmente costituiscono un patrimonio ancora scarsamente conosciuto, probabilmente anche per le complesse condizioni di raggiungibilità. Questi edifici, che definiscono una significativa rete, non soltanto rappresentano il segno tangibile di un sapiente uso dei materiali e delle tecniche costruttive locali, ma specialmente costituiscono un interessante frammento della civiltà contadina vesuviana, configurandosi quale espressione resiliente di un’autentica memoria collettiva, le cui possibilità di conservazione attualmente appaiono limitate.

Riconosciuto il valore storico-architettonico di questo tessuto frammentato, è stato avviato uno studio approfondito, concentrando l’attenzione sul patrimonio ricadente entro i limiti amministrativi del comune di Somma Vesuviana, sul cui territorio, ripercorrendo gli alvei che discendono dalla vetta della montagna e attraversando sentieri interpoderali, è possibile incrociare numerosi edifici rurali in disuso. Si tratta di fabbriche talvolta turrite e sviluppate su più livelli, case-torre e presidi di minori dimensioni, per le quali si rende necessaria una accurata catalogazione.

Dal punto di vista architettonico, le case rurali costruite sulla montagna, fortemente ancorate alla natura vulcanica del luogo e alla tradizione costruttiva locale, presentano murature realizzate con pietrame vesuviano, generalmente reperito nel sottosuolo, e i solai in legno di castagno, con un soprastante massetto in lapillo battuto e calce. Le strutture di copertura sono spesso a falda singola o doppia, in questo secondo caso sorrette da capriate lignee e sempre coperte da coppi in creta. Più raramente sul versante del Monte Somma, si incontrano anche esempi di coperture voltate a botte in lapillo battuto, opportunamente estradossate per rispondere alle eventuali piogge di ceneri e lapilli. Queste architetture, adibite alla conservazione momentanea dei prodotti raccolti sulle pendici del Monte Somma, presentano forme piuttosto semplici, distinguendosi in maniera sostanziale dalle masserie della piana vesuviana, le quali si sviluppano seguendo soluzioni architettoniche più complesse, per la presenza di diverse funzioni connesse alla lavorazione dei prodotti agricoli.

A valle di queste prime ricerche condotte, che denunciano la presenza di un denso patrimonio edilizio rurale sulla dorsale del Monte Somma e nella consapevolezza dei suoi valori storico-architettonici e socio-antropologici, si richiama la necessità di una messa in valore di tali risorse. Dai frammenti residuali filtrano memoria dei luoghi e del lavoro nei campi, struttura sociale, caratteri identitari e cultura locale, che definiscono un’eredità immateriale sempre più debole. Dunque, nel contesto sommese, in cui l’attività agricola tuttora costituisce l’anima dell’economia locale, lo stato di abbandono di queste fabbriche rurali rappresenta un fattore di rischio per la conservazione non soltanto delle tracce residue ma specialmente di un’identità storico-culturale di cui oggi, con la persistenza di proficue attività agricole produttive, ancora si registra l’esistenza.

 

Annamaria Ragosta

Architetto

Specialista in Beni Architettonici e del Paesaggio