Emergenza Coronavirus, una riflessione sull’erogazione dei buoni spesa tra stato di bisogno e rischio discriminazioni

0
317

Diciamo la verità: in molti hanno storto il naso alla notizia che il governo avrebbe erogato buoni spesa per tamponare le esigenze delle persone più bisognose in questo momento di emergenza. Il motivo della diffidenza può essere ricondotto alla prassi politica ed economica dell’assistenzialismo, qui inteso soprattutto come un fenomeno degenerativo delle strategie redistributive e di sostegno ai redditi promossi dallo stato sociale. Nelle persone si era fin da subito insinuato il dubbio che fosse praticamente impossibile andare in crisi economica per poche settimane di shutdown, di attività commerciali chiuse, di lavori sospesi, di mancati introiti.

Successivamente, questa diffidenza si è trasformata in indignazione nei confronti di chi ha cercato di approfittare della situazione e approvvigionarsi di buoni spesa anche se non ne aveva stretta necessità, vera e propria urgenza, come altre persone invece manifestavano. Si pensi che a Marigliano, come riportato dal sindaco Antonio Carpino, alcuni cittadini risultati beneficiari della misura straordinaria hanno volontariamente restituito i buoni, dopo l’annuncio di severi controlli da parte del primo cittadino.

Le ricerche più recenti ci dicono che gli italiani continuano a mettere i loro soldi da parte, ma sta diminuendo il numero di quanti riescono a farlo. Pare che circa un quarto della popolazione non accantoni nulla, soprattutto perché le spese assorbono tutte le entrate. Questo suggerisce che un mese di lockdown mordace abbia davvero potuto mettere in crisi nerissima una grande fetta della cittadinanza che sostanzialmente sopravvive solo grazie al flusso del reddito e non alla staticità del patrimonio. Insomma, a ben vedere gli italiani sono sempre un popolo di risparmiatori, ma oggi risparmia solo chi può risparmiare.

A tal proposito il Censis fa notare che, a differenza delle altre crisi economiche, comunque recenti, gli italiani arrivano all’appuntamento con l’emergenza pandemica dopo aver dato fondo a buona parte del loro tesoretto. Alla fine del 2018, sottolinea l’ istituto di ricerca socio-economica, la ricchezza finanziaria delle famiglie era ancora dello 0,4% inferiore a quella detenuta nel 2008. “Molta la ricchezza ereditata dal passato, poca la nuova aggiunta di recente”, commenta il centro studi.

Banca d’Italia riferisce che alla fine del 2017 le famiglie italiane avevano una ricchezza complessiva di 9.743 miliardi di euro, nettamente superiore rispetto al reddito disponibile (8 volte superiore). Tuttavia già da anni, a causa delle crisi economiche e della crescita lenta, le famiglie hanno ridotto la loro capacità di accantomento. “Per questo motivo già dopo un mese di quarantena milioni di persone non hanno i soldi per la spesa”, indica su L’Espresso l’economista Salvatore Morelli, membro del Forum Disuguaglianze Diversità. Dopo anni di decrescita, stagnazione e sacrifici, nel portafoglio degli italiani, alla fine del mese restano davvero pochi spicci: oggi circa venti milioni di persone fanno fatica a mettere da parte mille euro all’anno.

“I poveri sono già in difficoltà e a breve lo saranno tutti quelli che lavoravano a giornata, in nero, nei ristoranti, nei bar, nei negozi”, osserva Giorgio Di Giorgio, titolare della cattedra di Economia monetaria alla Luiss. Di conseguenza il punto cruciale riguarda quanto possa durare la resistenza di quella fetta di popolazione che già adesso non ce la fa.

Secondo Morelli va scongiurato il rischio di un sostanziale ed ulteriore impoverimento: in tal senso l’economista della University of New York ha avanzato la proposta di rafforzare la tutela del lavoro autonomo con un sostegno di emergenza e sostenere così circa sette milioni di lavoratori attualmente scoperti dal decreto Cura Italia. Due misure temporanee ed eccezionali, un “Sostegno di Emergenza per il Lavoro Autonomo” (SEA) e un “Reddito di Cittadinanza per l’Emergenza” (REM), che pongano lo Stato di fronte alla responsabilità e alla necessità di non potersi rivolgere separatamente a parti diverse della società, magari attribuendo a qualcuno una corsia preferenziale rispetto ad altri. Bisogna, invece, offrire a tutti protezione sociale, differenziando le risposte in base alle esigenze di ognuno. Oggi più che mai, lo Stato deve unire la società.

In questa direzione si inserisce anche l’appello delle associazioni YaBasta! e Nova Koinè, molto attive sul territorio nolano, per fermare le discriminazioni nell’erogazione dei buoni spesa. Con il supporto di Asgi – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione i volontari sollevano un grido di protesta e di rabbia contro i comuni dell’area nolana che nell’erogazione dei buoni spesa hanno posto la discriminante del permesso di soggiorno per i migranti che vivono nelle zone di riferimento. “Queste esclusioni sono ingiuste e contrarie a tutte le norme di legge”, fanno sapere le associazioni, le quali invitano i Comuni che ancora non hanno chiuso il bando a modificarne subito i criteri (come nel caso del Comune di Marigliano), cercando anche di inserire le buone prassi messe in campo da altri comuni del territorio, come ad esempio la Commissione Invisibili prevista dal Comune di Scisciano.

“Per quanto riguarda, invece, i Comuni che hanno già erogato i fondi attraverso  bandi che riteniamo appunto discriminatori (come quelli di Mariglianella e Brusciano) chiediamo vengano attivate subito delle misure compensative per tutte le persone migranti dei loro territori”, sottolineano ancora da YaBasta RestiamoUmani e Nova Koinè.

Vale la pena ricordare, in chiusura, che una delle prime misure adottate da un Portogallo in piena emergenza sanitaria è stata quella di regolarizzare tutti gli immigrati e i richiedenti asilo con permesso di soggiorno pendente, fino al prossimo 1 luglio. Questo per assicurare assistenza sanitaria e servizi pubblici alle fasce fragili della popolazione: come ha affermato Eduardo Cabrita, Ministro dell’Interno lusitano, “è un dovere di una società solidale in tempo di crisi”.