“’O Pataterno” e San Pietro turisti a Napoli, a Piazza Dante: San Pietro vestito come un dandy inglese, o come un viaggiatore del Grand Tour. La “mezza limonata” al caffè Diodati, l’incontro con i poveri, e la decisione di portarli in Paradiso. “’A tavuliata” dei poveri in Paradiso. Solo Nannina “’a pezzente” ritorna sulla Terra. Nel poemetto “Lassamme fa’ Dio”, sotto lo “scherzo” della “trovata” teatrale c’è l’amarezza del poeta: solo Dio può salvare i poveri di Napoli, e non su questa Terra.
Ingredienti: 400 gr spaghetti, 4 uova, olio extravergine oliva, parmigiano reggiano, sale e pepe. Mentre gli spaghetti cuociono nella pentola piena d’acqua su fiamma viva, versare abbondante olio d’oliva in una padella antiaderente, immergere nell’olio le uova preparate a “occhio di bue” e coprire la padella con un coperchio. Scolare gli spaghetti già cotti, rimetterli nella pentola, versare su di essi, con l’olio, le uova “rotte” in pezzi con la forchetta, aggiungere abbondante parmigiano grattugiato e il pepe, rimescolare con cura. Gli spaghetti sono pronti per essere portati in tavola ( la ricetta è, in sostanza, quella pubblicata dal sito “Deliziosi tentazioni di Vale”).
Chella bella zuppiera ‘e maccarune
La poesia “Lassammo fa’ Dio” è, come altre di S. Di Giacomo, un puro e luminoso divertimento in cui il poeta mette genio inventivo, luce, malizia, finezza linguistica e quello “spirito del teatro” che egli considerava elemento essenziale del carattere dei napoletani. Una domenica di Pasqua “’o Pataterno” si sveglia verso le sette, manda a chiamare San Pietro e gli dice che, poiché è una bella giornata, vuole fare una passeggiata sulla Terra, vuole andare a Napoli. E scendono a piazza Dante: “’ o Pataterrno” porta gli occhiali, e questo gli consente di “scanzare nu tramme”, e San Pietro è vestito come un dandy inglese, “nu gilè (comm’o porteno ‘e cocò) /tutto piselli verdi in campo blu/ cappiello a tubbo, cravatta a rabà/…e un piccolo bastone di bambù”. I due “turisti” entrano nel caffè Diodati, il caffè- teatro caro a Ferdinando Russo, e chiedono “due mezze limonate”: mentre consuma la bevanda, “’o Pataterno” osserva, incantato, il viavai della gente, e, “pusanno ‘o cucchiarino”, domanda a Pietro, il “mio Pierino”, “ ma com’è che si dice che la Terra è infelice? / Ma guarda, guarda un po’ che movimento/ che scena pittoresca, che allegria”. San Pietro lo invita a uscire “mmiez’’a strata”, e Dio Padre si trova in mezzo alla folla dei miseri, “stuorte, struppie, cecate,/ guagliune senza scarpe, / vicchiarelle appuiate a ‘e bastuncielle, / scartellate, malate..”: e tutti “strillano” una sola parola, come una litania, “carità, carità”. “’O Pataterno”, superato il momento della sorpresa, fa un gesto: e cento angeli, scesi dal cielo, stendono un lenzuolo sui basoli di piazza Dante, avvolgono “ ‘e puverielle”, “cchiù de mille”, e li portano in cielo, una “mappata ca pe ll’aria” si agitava, “ma che ghiammo ‘int’’o pallone?”.
Appena giungono in Paradiso, i poveri vengono invitati a “na tavuliata”: carne, pesce, frutta, “vine paisane e vine mbuttigliate /…curassò, strega, cummel e anisetta” e, perfino, il “vischisodo a marca inglese”. Per mezzora non si sentono voci: solo rumori di piatti e di bicchieri, e qui il poeta cita la famosa scena di “Miseria e nobiltà”, quando Sciosciammocca e “chill’ati stracciune” contemplano immobili e stupefatti “chella bella zuppiera ‘e maccarune”: e questo è un verso intraducibile, meraviglioso per timbro e ritmo. Un cieco ringrazia “’ o Pataterno”, poi arriva il Sonno, e con il Sonno la Morte: perché riportare questi infelici sulla Terra? “tutta sta gente/ turmentata e nnucente” è meglio che passi dalla gioia del banchetto all’eternità. Solo Nannina “’a pezzente” non ci sta: fugge dal Paradiso, trova a fatica “ ‘a via d’’a casa soia”, perché qui l’aspetta suo figlio, “dint’ a nu spurtone”, che già piangeva, “sennuzziava, cu ‘e manelle stese”…E Nannina se lo stringe al seno, e l’allatta, “dint’’o chiaro ‘e luna”. La scena finale di Nannina che stringe al seno il suo bambino non è solo “colore napoletano”, l’immagine di un quadro di Irolli. Di Giacomo è persuaso che le istituzioni non siano in grado di risolvere il problema della povertà a Napoli: solo Dio può salvare i poveri, e non su questa Terra, ma portandoseli in Paradiso. L’amarezza, in questo poemetto, viene stemperata, ma non dissolta del tutto, dallo “scherzo” iniziale: e si manifesta in tutta la sua intensità nelle immagini della donna che fa di tutto per tornare nel vico scuro, – sciuliava ncopp’’o muro /nu raggio ‘e luna, – dal suo bambino, e ll’arravugliaie dint’a nu sciallo viecchio,/s’’o pigliaie mbraccia, s’’o strignette mpietto.
A proposito delle uova, ingrediente fondamentale di questo piatto: ricordiamo che nell’Ottocento i venditori di uova e di alici – i “piatti” dei poveri – erano una categoria “protetta” dai camorristi di ogni livello.
(fonte foto: Vale)

