I “sciurille co la pastetta” di I. Cavalcanti e la cattiva fama della zucca – “cucozza” nei giochi metaforici e nei proverbi, a partire dallo scrittore greco Ateneo. Le virtù salutari dell’ortaggio, indicate dai medici del ‘700. “’A vucchella” di D’Annunzio e “’O malamente” di Viviani: il significato di “sciurillo”.
“Tutte le cose spampanate nun so’ maje bone”( I.Cavalcanti)
Ingredienti (per 40 pezzi): gr.270 di fiori di zucca, gr. 500 di farina, gr. 10 di lievito di birra fresco, 20gr. di parmigiano reggiano, 1 uovo, sale, olio di semi di arachide. Staccate il bocciolo dal gambo dei “sciurilli” aprendo i petali e separandoli dalla corolla. Poi, per preparare la pastella, in una caraffa con l’acqua versate il lievito di birra e scioglietelo aiutandovi con un cucchiaino; in una ciotola mettete la farina, il parmigiano e l’uovo, e cominciate ad impastare aggiungendo anche l’acqua . Non appena l’impasto avrà preso consistenza, unite il sale e soltanto in ultimo i fiori di zucca puliti . Coprite la ciotola con la pellicola trasparente e fate lievitare il tutto per almeno 2 ore . A questo punto portate l’olio a 170°, quindi versate 4-5 cucchiaiate di impasto nell’olio bollente e lasciate dorare Ci vorranno all’incirca 2 minuti affinché la cottura delle “pizzelle” si completi: giratele spesso per farle dorare uniformemente 13 e poi scolate su carta assorbente e proseguite con la cottura di tutte le altre. Servitele ancora caldissime. ( La ricetta è, nella sostanza, quella pubblicata sul “sito” di “giallozafferano”).
Ippolito Cavalcanti pubblicò la ricetta di “sciurille co la pastetta”, consigliando di usare “li sciurilli de li cocozzielle, ma chilli nchiusi, no chilli spampanati, pecché tutte le cose spampanate nun so maje bone”: e il significato “napoletano” di questo termine, “spampanato”, presente anche nella lingua italiana merita di essere discusso, come tutte quelle parole – un lungo elenco- che la lingua di Partenope usa per indicare persone di scarso valore. Come si sa, anche la “zucca” non gode di buona fama, e mantiene gli stessi significati poco piacevoli quando prende, a Napoli, il nome di “cucozza”: “cunniscela cumme vuò’, sempe cucozza rimmane”, condiscila come vuoi, si vede e si sente sempre che è una zucca: e qui gli esempi si sprecano, si potrebbe scrivere un libro: non avrei mai immaginato che in Italia ci fossero tanti giuristi, tanti economisti e tanti virologi: molti dei quali, però, non dovrebbero mai aprir bocca, per non farsi “scanagliare”, per evitare che gli altri capiscano subito che sono “vacant’ comm’a na cucozza”, sono vuoti come una zucca. E tuttavia la zucca porta in sé qualcosa di ambiguo. Il greco Ateneo prendeva in giro gli allievi dell’Accademia, aspiranti filosofi, zoologi e botanici, che dicevano di sapere tutto su animali, alberi e ortaggi, ma quando un medico siciliano domandò “ a quale specie appartenesse la zucca”, andarono in difficoltà: e il medico li sbeffeggiò, e li offese, diciamo così, con poco profumati rumori corporali. “Zucca” e “zuccone” sono sinonimi di “persona stupida, ottusa”, eppure noi usiamo l’espressione “avere del sale in zucca”, che deriva dall’ abitudine dei contadini di svuotare le zucche e di usarle come recipienti per il sale e per i pesci salati. Poco giovò alla fama della zucca il fatto che già nella seconda metà del ‘700 i medici incominciarono a parlare delle sue virtù salutari: questa “pianta di grandissimo uso” contrastava con successo la febbre polmonare (Giornale d’Italia, 1773) ed era un positivo rimedio contro l’ansia e la depressione. E’ probabile che proprio quella insipidezza che contribuì a consolidare la sua cattiva fama si sia rivelata un mezzo efficace per placare e rasserenare animi scossi e sensibilità agitate.
Ma i “sciurilli” dovrebbero bastare, da soli, a giustificare l’elogio dell’ortaggio, perché le “pizzelle” di cui sono i principali ingredienti rappresentano un vanto della cucina napoletana e fanno parte della storia gloriosa del “cuoppo”. “Sciurillo” significa “fiorellino”. In questo senso, di positiva delicatezza, lo usò Gabriele D’Annunzio nel testo “’A vucchella”, che poi il Tosti musicò. La donna è “nu sciurillo”, anche se il poeta trova qualcosa che non va nella sua “vucchella”, che è “nu poco pucurillo / appassuliatella”, un poco, ma solo un poco, appassita, sfiorita. Invece il “malandrino” protagonista della poesia di Viviani “ ‘O malamente” alla donna che lo “ha licenziato” ordina di non dirlo in giro, “si no t’aggi’a sfriggia / pe’ dignità”. Le comunica che ha “cinquanta femmene ‘e riserva”, le chiede la restituzione dei regali che le ha fatto, e la chiama “sciurillo giallo”: e qui pare chiaro il riferimento, in senso offensivo, al fiore della “cucozza”. Il “giallo” è a Napoli il colore della livida invidia e della cattiveria: nemmeno a San Gennaro credo che faccia piacere sentirsi chiamare “faccia ‘ngialluta”.

