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La Vigée Lebrun fu la ritrattista della nobiltà europea negli ultimi venti anni del ‘700. Nel suoi “Ricordi” ella descrive, con grazia e con intensità, il lungo soggiorno a Napoli, l’amicizia con la regina Maria Carolina, i difficili rapporti con Lady Hamilton, le scene della vita quotidiana, la “passione” per il Vesuvio. L’artista ci racconta anche la bella storia del ritratto che ella fece, nel 1791, al famoso musicista Giovanni Paisiello.

Maria Elisabetta Vigée ( 1755- 1842), sposata Lebrun- era, il marito, un pittore e un mercante d’arte – fu la ritrattista della nobiltà europea tra la fine del ‘700 e i primi anni dell’’800: posarono per lei principi russi, tedeschi e austriaci, Maria Carolina, regina di Napoli, e Lady Hamilton. L’artista soggiornò a lungo a Roma, e da qui, tra il 1790 e il 1791, si recò almeno tre volte a Napoli: la prima volta l’accompagnarono la figlia e il signor Duvivier, marito della nipote di Voltaire, uomo pesante e noioso di cui l’artista diceva “è capace di spegnere tutto il mio entusiasmo”. Nei tre volumi dei suoi “Souvenirs”, pubblicati nel 1835, la Vigée Lebrun non solo si difese dalle calunnie che si erano addensate negli anni sulla sua vita privata, sugli amanti e perfino sulla “paternità” delle sue opere, che qualcuno attribuiva ai pennelli degli aiutanti, ma scrisse su Napoli pagine ricche di quella vivacità e di quella grazia che sono i segni distintivi della sua arte pittorica. Sono pagine che meritano più di un articolo. Nel 1791, mentre la regina Maria Carolina si trovava a Vienna, la Vigée Lebrun fece il ritratto al principe Francesco, il futuro re Francesco I. Poiché le sedute si tenevano a mezzogiorno, l’artista, che alloggiava nell’albergo Marocco a Chiaia, era costretta a percorrere “la strada di Chiaia”, “nel momento della peggiore calura”: inoltre il bianco delle case “che fanno fronte al mare”, l’accecava. Per proteggersi gli occhi, Elisabetta decise di coprirsi con un velo verde, cosa “che doveva parere assai curiosa”, in un tempo in cui le signore indossavano solo veli bianchi o neri. Ma quando a indossare il velo verde è la Vigée Lebrun, quel velo diventa moda: “qualche giorno dopo vidi un gran numero di signore inglesi che mi imitavano.”. Subito dopo l’artista fu costretta a lasciare l’albergo Marocco, perché la notte non era possibile chiudere occhio: era ininterrotto il viavai delle carrozze lungo la strada di Chiaia fino alle grotte di Posillipo, “dove, tra l’altro, nelle locande si mangia spesso assai male”. L’artista si stabilì “in un grazioso casino lambito dal mare”, ma pochi giorni dopo una violenta tempesta spinse “i furiosi marosi fin dentro l’appartamento”. La pittrice la vigilia di Natale si spostò in “un alloggio appena fuori dalla città”, e subito dovette sopportare, per tre giorni e per tre notti, “il baccano prodotto da un’infinità di petardi” lanciati dai ragazzi  Inoltre il nuovo alloggio era “letteralmente ghiacciato, e visto che stavo completando proprio allora, il ritratto di Paisiello, per riscaldarci, ci soffiavamo sulle dita”.I fumi del camino provocavano solo fastidio; “a Paisiello lacrimavano terribilmente gli occhi, e a me lo stesso, non riesco a capire come feci a portare a termine quel ritratto.”. Il ritratto era stato iniziato nell’appartamento del musicista: il quale, “mentre posava, componeva brani di musica, che sarebbero stati eseguiti in occasione del ritorno della regina; ero affascinata da quella concomitanza, che mi permetteva di cogliere i tratti del grande musicista nel culmine dell’ispirazione”, seduto al clavicordio, lo sguardo “illuminato”  e rivolto verso l’alto. In primo piano ci sono due spartiti: uno porta l’iscrizione “Rondò da “Nina”” – “Nina” è una commedia per musica composta da Paisiello-, mentre sull’altro si legge “ Te Deum. Messa in musica in occasione del felice viaggio delle Loro Maestà delle Sicilie. 1791”. Esposto a Parigi nel Salon del 1791, il ritratto venne lodato da David per la brillantezza dei colori e per l’intensa espressione del geniale musicista.