Il significato “ di fravaglie” e i modi di dire della lingua vesuviana. Le triglie accusate dai Greci di produrre fiacchezza di membra, rifiuto dei piaceri di Venere e di essere sacre alla dea degli Inferi. Il “pregio” di essere un potente rimedio contro i veleni e contro le fatture delle streghe. La cultura napoletana e quella romana ( G.G. Belli) capovolgono nettamente il gioco delle metafore connesse alla triglia . A Napoli l’aggettivo “ tregliuto” significa “ gagliardo e saldo”.
Ingredienti per 4 persone: 1 kg di triglie, 200 gr di ghiaccio, 100 ml di acqua, 350 gr di farina, 2 limoni, sale, pepe, 1 litro di olio di semi di arachide In un recipiente mescolate l’acqua con il ghiaccio e unite 300 gr di farina creando una pastella. Pulite le triglie squamandole ed eviscerandole, ma senza eliminare la testa. In una pentola portate a 160°C l’olio. Passate velocemente le triglie prima nella restante farina e poi nella pastella. Immergete nell’olio caldo e friggete fino a quando non saranno dorate e croccanti. Salate e pepate, e servite con spicchi di limone ( La ricetta è pubblicata dal sito :NapoliToday)
Una cosa alla volta. “Fragaglia” è un insieme di pesci nati da poco e destinati alla frittura. Il nome, scriveva il prof. Alessio, nasce dall’incrocio tra il latino medioevale “friccalhia” (da “frico” e “frigo”, “squamare” e “arrostire”) e il verbo “frangere”, fare a pezzi. E’ opinione degli studiosi che il termine entri nella famosa formula di scongiuro contro il malocchio “aglio e fravaglio, fattura che nun quaglia” solo per un gioco di assonanze con “aglio” e “quaglia”.Nella lingua vesuviana, quella che imparai “’ncoppa’ a Toppa “, nel cortile dietro il Municipio di Ottaviano (non so se sia un caso), il modo di dire “so’ fravaglie ‘ e treglia”, stava a indicare un qualcosa o un qualcuno da cui ci aspettiamo molto, che infiamma le nostre speranze, ma che poi, nei fatti, ci delude: “so’ sulo chiacchiere ‘e film Luce”. La maldicenza degli antichi Greci si accanì contro la triglia: già nel nome – “trìgla”- c’è l’immagine del “cigolare”, e forse, per salto metaforico, quella del “rattrappirsi”. Platone il Comico fu implacabile: la triglia, sacra alla dea Artemide, spegne gli ardori e affloscia, come dire, le membra, e Matrone, autore di parodie sgangherate, chiamò la triglia “domatrice di cavalli”, in quel senso là, e cioè che “ammoscia” e rende “loffio” perfino un giovane cavallo da combattimento. Un medico greco, di cui non conosciamo il nome, ebbe pietà del “barbuto” pesce, e argomentò che chi mangia triglie, o beve il vino in cui sia stata affogata una triglia, incomincia a odiare Bacco, e cioè diventa astemio, ma non Venere. Sulla fine del ‘500 Castore Durante sentenziò che i Greci avevano ragione, la triglia “ammosciava”, e a chi ne mangiava troppe si indeboliva anche la vista: e forse da qui nacque il detto “occhio di triglia”, a indicare quello smarrirsi trasognato del nostro sguardo che si fa languido quando si posa sulla radiosa bellezza di una Venere terrena. Ma il Durante, costretto forse dai pescivendoli che vendevano triglie, sostenne che quel pesce un pregio l’aveva: era un rimedio magico contro i veleni, anche i veleni più neri, quelli preparati da streghe e fattucchiere. Questo pregio “notturno” e il fatto che nel nome del pesce c’era un riferimento al numero “tre”ci spiegano perché i Greci consacrarono la triglia ad Artemide, dea anche della Luna, e dunque a Ecate, la “dea della triplice forma”, che regnava anche sulle tenebre dell’aldilà: Plutarco, Egesandro e Eliano raccontano che a Delfi una triglia era portata in processione durante la festa in onore di Artemide, e che gli iniziati ai misteri di Eleusi e la sacerdotessa di Era nel santuario di Argo si astenevano dal cibarsene. Poi venne G.Gioacchino Belli e rimise le cose a posto. La “triglia” diede il suo nome all’organo sessuale maschile, e in un celebre sonetto il poeta chiede a una ragazza di fargli “un po’ de loco” nel suo letto: “nun te ne pentirai, perché io so’ cuoco / e in ner tegame assaggerai ‘na trija, / scojonata per te, grossa e vermija”. Penso che sia chiaro.
I Napoletani diedero ragione a Belli, e aggiunsero alla letteratura sulla triglia una distinzione tra “triglia di scoglio”, “triglia di lota”, e cioè catturata nella melma, e “triglia del Granatello”, che i ristoratori dell’Ottocento consideravano la più gustosa. I Napoletani fecero notare che un pesce barbuto, vermiglio e dallo sguardo insidioso non può suggerire immagini di fiacchezza e di tenebre. Un pesce così incarna la forza. E “tregliuto” significò “gagliardo” e un colpo forte, “’na mazzata” si chiamò “tregliata”.
I borghesi di Napoli consumavano sontuosi “fritti” di triglie e di calamari allo “Scoglio di Frisio” e alla “Pergolella a Mergellina”, e le triglie li preparavano a sopportare con classe i conti salati, “’e tregliate”, portati dai “tavernari” alla fine del pasto.


