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Dopo l’Unità d’Italia, tavernieri e bettolieri vesuviani cercano di capire se la “musica è sempre la stessa”

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L’abbondanza di pane e di vino dava la misura di una “sospetta agiatezza dell’infima classe”.Le bettole e le taverne sono, nel 1861, gli “spazi” più adatti per capire quale sia la situazione dell’ordine pubblico.  Bettolieri e tavernieri danno informazioni ai briganti e alle forze dell’ordine. Anche i “galantuomini” e le “gentildonne” non prendono posizioni nette: il “caso” di Stanislao D’Aloe. La “vanità” del brigante Napodano  e l’incontro tra Pilone e la “monaca di casa” “del Terzigno” Francesca Ranieri.

 

Dopo l’unità d’Italia, le taverne continuarono ad essere i luoghi di confine tra il nuovo ordine e l’eterna inclinazione al disordine, e gli osti a interpretare il ruolo dell’ ambiguità, e il pane e il vino a fornire indizi e immagini della povertà onesta o di una improvvisa e sospetta larghezza di mezzi. Non a caso le autorità pretendevano che bettole e taverne venissero rigorosamente controllate dalle forze dell’ordine, ma spesso questi controlli si dimostrarono poco efficaci. Sebastiano Cimmino, ‘industriante e possidente ‘della contrada Avini di Terzigno, interrogato dal giudice Costantino durante le prime indagini sulla banda Pilone, così descrisse il ‘sospetto” Angelo Ranieri: ‘un ozioso, sfaticato, bettoliere’: uno che per “la sua ignoranza e condizione non poteva nutrire mire politiche di sorte alcuna’ e s’era arruolato nella banda solo per ‘soddisfare i suoi vizi’. . I vicini di casa invidiavano Vincenzo Lettieri, padre di una “druda”, – un’amante- di Pilone, perché il brigante forniva generosamente  ‘barrecchie di vino e ruoti di baccalà’ e quando, una sera, la banda fu ospitata dal sig. Menichini, ‘galantuomo’ e proprietario tra i primi di Terzigno, Francesco Napodano, uno dei più esaltati seguaci di Pilone, mandò a chiamare il padre, che era un misero bracciante, perché vedesse il figlio seduto alla tavola dei signori, e servito, e ‘vezzeggiato’. La ricerca del cibo e del vino guidava i passi dei briganti lungo i sentieri del Vesuvio, da un podere all’altro. Dalla casa di Salvatore Russo, bettoliere di Madonna dell’Arco, Barone portò via il bottino più ricco, e le masserie ‘la Zazzera,”, Caracciolo, Pianura, Ciciniello e Canesca furono per i banditi sicuro rifugio, luogo di amorosi convegni e dispensa di cibo e di vino. Nelle bettole briganti e forze dell’ordine si controllavano a vicenda, spesso servendosi degli stessi informatori, in una confusione di ruoli e di interessi che appare naturale conseguenza del passato e premessa significativa della storia futura delle terre vesuviane. Nella bettola ‘Ai quattro orologi’ di Portici si riuniva il gruppo di Nicola Scotto, per metà camorrista, per l’altra metà aspirante brigante, e totalmente coinvolto nel contrabbando delle armi, in cui c’era anche l’interesse, poco segreto in verità, di Stanislao d’Aloe, letterato, proprietario di cave, liberale dichiarato. Il bettoliere Raffaele Ottajano “Cannavella”, di Sant’Anastasia, fu amico di Barone; ma nella sua bettola i soldati seppero che Barone aveva trovato rifugio, l’ultimo, nella casa Palamolla di Pollena. Paolo Collaro, camorrista, era ‘conduttore’ di quella taverna del Mauro che apparteneva ai Medici di Ottajano e   da sempre era nodo strategico dei traffici per le terre vesuviane: vi allevava mastini napoletani, faceva la spia di Pilone e fingeva di non vedere che la moglie se la intendeva con il brigante. Nella bettola di Pasquale Lettieri a Boscotrecase  Pilone incontrava gli amministratori locali e gli ufficiali della Guardia Nazionale e banchettava con loro: e una volta brindò con la ” sciampagna “ che gli era stata offerta, con un raffinato mazzetto di sigari, dalla locandiera dell’Hotel Diomede di Pompei, sua ardente ammiratrice. La storia d’amore tra il brigante e la monaca di casa Francesca Ranieri si svolse “ al Terzigno”, nella masseria Santa Teresa, in una cornice più rustica, ma più viva di forti passioni gastroerotiche.  Quando la monaca di casa vi incontrò la prima volta Pilone – si era recata nel fondo per prendere la legna secca –  il brigante le disse che lui e i suoi avevano fame: e Francesca, certa che anche il dar da mangiare ai briganti era  “un atto pietoso “, tornò a casa, mise a cuocere     “ una misura e mezza di fagioli “ e vi  “mischiò una corrispondente quantità di pasta “: portò il tutto in campagna e lo distribuì agli affamati, che avevano con sé  “ molto pane di casa “.   Dopo qualche ora tornò a Santa Teresa con una  “ barrecchia “ di vino, ma non vi trovò nessuno. I briganti erano fuggiti per l’avvicinarsi di gente armata. Qualche giorno dopo Pilone tornò nella masseria e chiese alla donna  “ una frittura di baccalà “ da mangiare con il pane di Boscotrecase che i suoi tenevano nelle bisacce. Ebbero baccalà e vino, ma non poterono gustare in pace lo stuzzicante spuntino perché dall’alto del poggio videro pericolosi movimenti di soldati sulla via di Ottajano. Per la terza e ultima volta – disse la Ranieri al giudice- ella vide Pilone cinque o sei giorni dopo, quando il brigante le portò, con una notturna irruzione in casa sua, sette abitini della Madonna del Carmine:  “ dopo .vaghe parole, e dopo aver bevuto un bicchiere di vino, se ne andò via, né io più l’ho riveduto.”. Forse Pilone aveva cambiato cucina, preferendo le grazie e i menù di Carolina Esposito la Rossa, di Boscotrecase, che gli preparava quaglie e ‘stoccafisso in bianco’.