Disagi generazionali: assenza senza presenza sui social network

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Esistono due tipi di persone: quelle che affrontano la realtà e quelle che semplicemente spariscono.
Alla seconda categoria appartengono – dati alla mano – quelli nati nel nuovo millennio.
La generazione “senza sostanza” , sembra caratterizzata da varie forme di disagio comportamentali tra cui l’assentarsi (in un campo semantico quanto più ampio possibile per la parola).
Se per comprendere il “proprio tempo” è necessario osservare i giovanissimi è bene allora fare luce su un fenomeno diffuso che è tratto distintivo delle ultime generazioni.

È nata addirittura una parola per definirlo: ghosting, diventare dei fantasmi, sparire improvvisamente, smettere di rispondere a chiamate, messaggi, e-mail; anche se fino ad un momento prima si era stati in contatto.
Si parla di ghosting soprattutto per l’ambito sentimentale, ma può interessare anche rapporti d’amicizia o professionali.

La pratica del negarsi, sparire nel nulla, è sempre stata diffusa anche in passato ma l’iper-comunicazione
dei social ha reso endemico il fenomeno.
Le chat permettono lo scambio costante di messaggi, spesso anche in assenza di un rapporto diretto, abbattendo la differenza tra l’interazione presente e quella digitale.
La comunicazione online rende molto più semplice non assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Il passaggio dal contatto intensivo al silenzio è questione di un attimo: basta chiudere il pc e alzarsi dalla scrivania o rimettere in tasca il cellulare.
Si smette di rispondere, si silenzia la chat, si va direttamente offline o si blocca il contatto.
In sostanza è molto più semplice non rispondere ad un messaggio WhatsApp che ad una domanda posta da una persona davanti ad un caffè.
Questa comfort zone cela la chiave del disagio esistenziale dei nativi digitali:
l’assenza che non sa farsi presenza e la stanchezza della realtà.

Attraverso un sondaggio è stato rilevato che su un campione di utenti fra i 18 e 33 anni, l’80% di essi ha subito un’esperienza di ghosting.

Spesso il ghosting è l’esito di atteggiamenti disfunzionali, chi lo pratica ha un obiettivo: uscire da una situazione scomoda.
Ci sono due strade che può seguire: quella più complessa – affrontando la questione col diretto interessato  e facendosi carico delle proprie responsabilità, oppure quella più semplice – scomparendo nel nulla, raggiungendo lo stesso risultato con molta meno fatica.

Il ghosting, dunque, è una forma di abuso e disagio emotivo da parte di chi lo pratica; ovvero – essenzialmente – un modo di gestire i problemi che nasconde una grande immaturità psicologica, un’assenza di empatia, una posizione di indifferenza e vigliaccheria.
Questo fenomeno dissociativo – nella vasta gamma di morbi social che infettano gli utenti digitali – mostra la mancanza di autonomia e di coscienza reale; componenti essenziali per affrontare una realtà in presenza.
Io posso annullare l’altro senza considerare se gli sto arrecando dolore, dispiacere o preoccupazione; ma cosa sarà di me quando non potrò più scappare?
Arriverà il momento in cui non potrò ghostare la mia persona reale e lì comprendere i miei vuoti assoluti.

La generazione della leggerezza non ha forse ben presenti le conseguenze traumatiche del ghosting.
Le ricerche dicono che il disagio che si sperimenta in casi del genere è violento:
il rifiuto sociale attiva nel cervello gli stessi percorsi neurali del dolore fisico.
È dilaniante e ingestibile avere a che fare con una persona che ti piace e che – senza un motivo – di punto in bianco è scomparsa.
Il nostro cervello ha un sistema di monitoraggio sociale (SSM) che controlla l’ambiente per capire come reagire alle situazioni che coinvolgono gli altri e il ghosting priva proprio di questi segnali.
Quando l’autostima collassa, si soffre molto di più perché si è visto che il corpo produce meno endorfine,
le quali aiuterebbero a sentire meno il dolore della perdita.
Il ghosting fa sì che la persona che ne è vittima impieghi più tempo per superare la separazione: nel silenzio immotivato si tenta di reagire.

L’urgenza di un’educazione digitale, per le future e attuali generazioni, si presenta come un imperativo
al quale non si può continuare a non dare risposta.
I disagi provenienti dalla vita digitale stanno corrodendo l’ontologia antropologica di un uomo che è sempre a metà sospeso tra virtuale e reale.