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Antonio Mancini, “Scugnizzo che legge”, noto anche come “Scugnizzo con il salvadanaio”, olio su tela, cm. 64 x 51, 1874, collezione privata. Un grande pittore, ingiustamente accusato di seguire, in quadri poco originali e quasi sempre “di genere”, i moduli e le tecniche della pittura di Domenico Morelli e di Mariano Fortuny. Le accuse dei “macchiaioli”toscani a Domenico Morelli. Il significato sociale del quadro e qualche nota sulla tecnica raffinata di Mancini.

 

Tra il 1870 e il 1880 i “macchiaioli” toscani, capeggiati da Diego Martelli, il teorico del gruppo, e da Adriano Cecioni, il gladiatore di prima fila, condussero un’aspra battaglia contro il  “fortunysmo” dei pittori napoletani, incantati dalla pittura dello spagnolo Mariano Fortuny y Marsal, che proprio nel 1874 soggiornò a Portici, a Villa Arata, per tre mesi, e poi si trasferì a Roma, dove, nel novembre di quell’anno, venne spento da una febbre maligna. I “macchiaioli” erano interpreti di una pittura in cui i colori venivano stesi a campiture piatte e poco luminose e, in nome di una lettura “vera”, anche se aspra della realtà, condannavano senza appello la tecnica del “chiaroscuro”: perciò scelsero come bersaglio della loro polemica proprio il Fortuny, che amava soggetti orientaleggianti, si arrendeva troppo ai “gusti” della borghesia, amava tecniche accademiche e decorative, e soprattutto era il campione riconosciuto di una pittura costruita intorno alla luminosità dei colori, stesi su una imprimitura di biacca e tutti intrisi di biacca, il terribile e miracoloso “bianco di piombo”. Antonio Mancini, Francesco Paolo Michetti e Edoardo Dalbono  vennero accusati di essere i rappresentanti “depravati” di quello che Francesco Netti chiamò “l’impero del bianco”. Domenico Morelli, che aveva aperto la stagione del “fortunysmo” prima ancora di Mariano Fortuny, venne colpito da qualche freccia, ma si protesse con uno scudo prezioso: il potere che egli esercitava nell’organizzazione delle Esposizioni di pittura, nell’assegnazione dei premi, e, di conseguenza, negli investimenti dei Musei per l’acquisto di opere d’arte. Tra di loro i “macchiaioli” toscani parlavano di Morelli come del “camorrista” che “teneva in mano” il mondo della pittura italiana e, attraverso il mercante francese Goupil, influiva anche su quella europea. Credo che convenga dedicare lo spazio messo a disposizione dal giornale proprio ai pittori italiani di quella seconda metà dell’Ottocento, in cui si definirono gli indirizzi politici, sociali, culturali e artistici dell’Italia unita.

Dunque, Antonio Mancini pagò per tutti, anche per Morelli, che fu suo Maestro. Pagò per tutti, perché non sapeva difendersi e la sua arte meravigliosa era frutto del genio naturale, e assai poco della “scuola”. Andò in scena, su Mancini, uno spettacolo poco decoroso: la sua pittura, che per alcuni aspetti andava già oltre Fortuny e oltre Morelli e interpretava in modo originale i moduli del naturalismo, venne accusata di essere “pittura di genere”. E quadro di “genere” qualcuno ancora considera questo dipinto in cui Luigiello Gianchetti, che fece da modello per altri quadri, viene raffigurato mentre legge, forse a voce alta, un libro tenuto fermo dal salvadanaio. La biacca rende luminosi il grigio della giacca e del muro e il bianco delle pagine sgualcite: le “grinze” del libro e dei panni di Luigiello hanno un significato sociale, perché indicano la povertà dello scugnizzo, svolgono una funzione pittorica, perché imprimono flussi di movimento sulla superficie del dipinto, e nello stesso tempo, sottolineano, per contrasto, la soda e compatta luminosità del volto del ragazzo: i toni in giallo “ranciato” e in vermiglio “velato” di questo volto “vero” “spiccano” sui grigi e sul bianco e trovano una sintesi di luce e di colore nella mossa macchia della capigliatura, “lavorata”, mirabilmente, con un denso impasto di colori di terra e di rossi, e “incisa” con la punta di legno del pennello. Un dettaglio prezioso è il salvadanaio, che, collocato tra il bianco dei fogli e l’ombra, e genialmente dipinto con cerchi successivi di colore e con variazioni di chiaro e di scuro, contribuisce a creare spazio all’interno dell’opera, e a ricordarci il valore sociale della scena. Sono gli anni in cui lo Stato italiano incomincia ad aprire la scuola pubblica anche ai figli dei “miseri”, e i figli dei “miseri” incominciano a capire che l’istruzione porta benessere: la moneta che Luigiello stringe tra le dita è un “gioco” di tecnica – questi “giochi” Mancini li aveva imparati da Morelli – ed è un concreto riferimento simbolico.