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E.Degas “L’orchestra  dell’Opera”, olio su tela, cm. 57 x 46, 1868-69, Parigi, Museo d’ Orsay. Le riflessioni di Giuseppe Tornatore sull’importanza della colonna sonora nella storia del cinema. Diceva Pasolini che nei film la musica aiuta a “sentimentalizzare un concetto e a concettualizzare un sentimento.”. Nel quadro Degas rappresenta i due momenti della musica: nasce dalla “fatica” “nera” del compositore e dell’orchestra, ma seduce, con luminosa magia, il pubblico, che vede, sul palcoscenico, non donne che ballano, ma una sinfonia di colori in movimento. Anche Ennio Morricone credeva nella magia “visionaria” e creatrice della musica.

 

Tutto è stato già detto sull’ arte e sulla personalità di Ennio Morricone, e ora che è andato a vivere la musica dei cori angelici, e ad aspettare, con nobile pazienza, il momento inevitabile in cui sarà invitato a comporre anche per quei cori le sue armonie e le sue colonne sonore, quel “tutto” verrà, punto per punto, ripetuto. Molti, prendendo spunto dalla lettera che ha scritto alla moglie, e dalle disposizioni che lui stesso ha preso per i suoi funerali, parlano della grandezza dell’Uomo, della ricchezza e della nobiltà del Suo cuore: è uno spreco di parole: trovatemi un musicista importante che abbia partorito pensieri e sentimenti di vile metallo. La musica è la più alta delle arti, e non c’è arte che non abbia messo radici nei suoi “spazi: perché, come diceva Friedrich Nietzche, “senza musica la vita sarebbe un errore”, e Gioacchino Rossini era pronto a dimostrare che sarebbe stato capace di mettere in musica anche la nota della lavandaia. Con una nota di modestia, in cui forse si nascondeva una punta di ironia, Ennio Morricone diceva che la sua musica svolgeva nel film un ruolo secondario, ma quale fosse il suo vero pensiero lo rivelò Giuseppe Tornatore, quando, in una intervista del 2011, dichiarò che la colonna sonora è fondamentale, perché detta il ritmo all’azione  del film e rende ancora più intensa la “commozione” prodotta dall’immagine: ci sono scene di “C’era una volta il West”, “Il buono, il brutto e il cattivo”, “Per un pugno di dollari”, “Nuovo Cinema Paradiso” che fanno tutt’uno con il sottofondo musicale, e danno ragione a Pasolini: la musica dei film “aiuta a sentimentalizzare un concetto o a concettualizzare un sentimento”. Ora cercherò di dire perché, per ricordare Ennio Moricone, ho scelto questo quadro di Degas, uno dei pittori che suscitano, da sempre, la mia ammirazione. In questo primo lavoro dedicato al balletto – ne seguiranno altri, a pastello, e a olio – il Maestro divide la scena in tre piani: il primo piano, il più basso, è delimitato dallo scorcio della balaustra. Il secondo piano è occupato dal gruppo dei musicisti, ritratti dal vero: e infatti sono riconoscibili Désiré Dihau, che suona il basso – era l’amico che aveva chiesto a Degas il ritratto – ,Pillet che suona il violoncello, il flautista Altès, il violinista Lancien, e Gouffè al contrabbasso.

E’ un gruppo “seduto”, che il colore nero degli abiti, il bianco delle camicie, e la pastosa terra d’ombra degli strumenti e della sedia rendono ancora più statico, sebbene l’artista abbia cercato di imprimere un po’ di moto con l’inclinazione degli strumenti e con la posizione del musicista visto di spalle, ma anche lui concentrato nel seguire, volgendosi verso destra, le indicazioni del direttore. Ma giustamente Robert Rosenblum invitava l’osservatore a notare, con grande attenzione, i caratteri del realismo con cui Degas inquadra e dipinge i volti dei musicisti: è un realismo aspro, che rende in modo magistrale le espressioni degli orchestrali, attenti a non commettere errori nella scelta del tempo e della durata delle pause, e talvolta lievemente “deformati” dagli strumenti a fiato e dal peso dei violoncelli e dei contrabbassi.Il nero – un nero che l’artista si preparava da sé, seguendo la “ricetta” di Delacroix – esprime con immediatezza lo sforzo mentale e fisico del gruppo: ma da questo sforzo nasce la musica, ed è, questa musica, una magia capace di “incantare” gli spettatori, di indurli a “vedere” non corpi di ballerine, ma la sinfonia di luci in cui “entrano” i colori degli abiti, le “figure” della danza, i contrasti armoniosi dei toni e dei movimenti. Questa sinfonia occupa il terzo piano, sta materialmente e simbolicamente sulle teste dei musicisti, perché è la creazione fantastica della loro arte e della loro fatica. La musica più di ogni altra arte crea quelle che Borges chiamava “irrealtà visibili”. E dunque la musica è tecnica e magia: la tecnica Degas l’ha magistralmente dipinta nel secondo piano, la magia l’ha immersa nella luce del piano più alto: e con geniale coerenza, ha usato, nel terzo piano, non gli impasti densi e il disegno netto con cui ha rappresentato l’orchestra, ma colori chiari, velature leggere, lampi di toni, come se usasse il pastello, e ,soprattutto, ha lasciato le teste delle ballerine al di fuori del quadro, perché, come diceva Mary Cassat, “la testa produce ombra” e le espressioni del volto, anche solo accennate, distraggono.

Un  Maestro della pittura per ricordare un Maestro della musica.